Imprenditori che non sono vittime della ‘ndrangheta, ma che la cercano e se ne servono, consapevoli che con l’intervento delle cosche e l’uso della violenza, possono risolvere i propri problemi commerciali. Fa così Paola Galliani, arrestata stamattina nell’ultima tranche dell’inchiesta “Linfa”, l’indagine della Direzione investigativa di Milano, coordinata dal procuratore aggiunto della Direzione distrettuale antimafia Alessandra Dolci e dal pm Alessandra Cerreti, che nei mesi scorsi aveva portato all’arresto di diciassette persone.

L’imprenditrice e un suo collaboratore, Enrico Verità, finito ai domiciliari, non riescono a rientrare in possesso di un credito, sessantamila euro, dovuto da un imprenditore. Denaro parte di un’operazione finanziaria, estero su estero, che prevedeva poi il rientro dei capitali in Italia.

Si rivolgono così a Giuseppe Morabito, Massimo Ferraro e Federico Ciliberto, riconducibili alle cosche Pesce e Bellocco di Rosarno, già condannati in primo grado nell’inchiesta Linfa. “Se entro stasera non riesco ad avere una cosa precisa, scateno la belva”, dice riferendosi a Morabito. Il pestaggio scatta lo scorso 27 gennaio, con una trappola tesa all’imprenditore nello studio della donna. E come spesso accade anche in Lombardia, l’omertà prevale. La vittima non denuncerà mai l’aggressione subita.

 


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