ROMA. In Italia – secondo gli ultimi dati Istat – ben 1 milione e 200mila persone vivono in “povertà assoluta”, espressione che identifica l’indigenza più severa, quella – per intenderci – che impedisce di avere una casa o un’alimentazione sufficiente, di pagare le bollette, di avere accesso a vestiti e beni di prima necessità.

La conferenza. Ogni anno la onluns “L’Albero della Vita”, specializzata in diritti dell’infanzia, organizza con ACLI, gli Ordine degli Assistenti Sociali, l’Alleanza Conto la Povertà e la Fondazione Paoletti, una conferenza dedicata al benessere dei minori che vivono in condizioni difficili, focalizzando l’attenzione sugli strumenti che le associazioni hanno a disposizione per favorire l’inclusione. Il 28 novembre, presso la sala del Parlamentino del CNEL, si parlerà dunque di questo esercito di invisibili che, da nord a sud, ha difficoltà a mettere insieme una cena, di quelle sacche di povertà che traboccano immobilismo e disperazione, al nord sempre più gonfie di immigrati, al sud ormai incancrenite in periferie come lo Zen di Palermo.

Un fenomeno in aumento. “Parliamo di una povertà assoluta, materiale, forte, che coinvolge un’enormità di persone – spiega il presidente de L’Albero della Vita, Ivano Abbruzzi –  , di famiglie in cui si mangia una volta al giorno: è strano pensare che per gli italiani mediamente benestanti tutto questo sia strano, dato che dal 2008 a oggi la povertà nel nostro Paese è triplicata. Dieci anni fa i poveri assoluti erano poco meno di 400mila. E’ un tema rispetto al quale c’è davvero poca consapevolezza”.

L’affiancamento alle famiglie. La Fondazione, che da sempre si occupa di bambini in condizioni di fragilità, ha attivato un programma di affiancamento alle famiglie nell’uscita dalla povertà a Milano, Genova, Roma, Catanzaro, Palermo (aprendo in quest’ultima città ben due sedi), in partenza anche a Napoli. Considerando che questo milione e passa di poverissimi tra 20 anni rappresenterà un problema sociale enorme, gli operatori in ogni città assistono più o meno 100 famiglie ogni anno con interventi mirati: “Sosteniamo chi vive ai margini grazie a sponsor e realtà donative, non ai servizi pubblici, offrendo un “primo sostegno di carattere materiale”: in pratica – spiega Abbruzzi – consegnando concretamente loro un paniere di generi alimentari rivolti all’infanzia e, durante l’anno, materiali scolastici e aiuti centrati alla scolarizzazione. Ma per noi si tratta soprattutto di un momento di conoscenza, siamo principalmente una realtà educativa, il cuore del nostro intervento è psicosociale”.

“Conto su di me”. Ogni azione di affiancamento dura in media da 6 mesi a 1 anno ed è mirata a far prendere consapevolezza alla famiglia della propria situazione e dei propri punti di forza. Se ad esempio gli operatori hanno a che fare con un nucleo in cui entrambi i genitori sono senza lavoro – caso molto frequente – il primo step è quello del bilancio delle competenze, puntando l’attenzione sulle capacità che queste persone hanno ma che magari hanno perduto per strada. “Li orientiamo con corsi di professionalizzazione, li indirizziamo verso risorse che non conoscevano, li aiutiamo a rimettersi in gioco. Si tratta di genitori che vivono per lo più in una condizione passiva, di assistenzialismo, quindi è necessario far passare il concetto del “conto su di me”. Devono capire che molto dipende da loro”.

La cultura della legalità. Al sud spesso queste situazioni sono strutturali e coinvolgono intere porzioni della popolazione: all’interno di un contesto sociale di riferimento di questo tipo, le famiglie sono dunque meno pronte a intercettare problemi e soluzioni. Ma una speranza c’è, e arriva da circoli virtuosi che si generano per solidarietà tra gli individui: “Nello Zen di Palermo – continua Abbruzzi – negli ultimi anni c’è stato un fiorire della cultura della legalità. Abbiamo fatto percorsi coi carabinieri in borghese: sono venuti per un anno circa ai nostri centri dando una mano concreta, e alla fine dei dodici mesi si sono svelati per il fatto di essere loro. Un’esperienza bellissima che ha prodotto ottimi risultati, trasmettendo il messaggio che le istituzioni non sono il nemico, ma un alleato”.

“La povertà è nella testa”. Sostegno economico, dunque, ma anche strategia, perchè nessun miglioramento è possibile senza inclusione. “Il reddito di cittadinanza è un provvedimento importante ma ha tolto l’idea del progetto sociale che sta dietro: parlare di reddito e lavoro, togliendo il concetto di inclusione, esclude l’anello centrale del discorso, che è quello dell’assistenza sociale”, conclude il presidente della Onlus. “La povertà – lo dico sempre – è soprattutto una povertà di visione. Finché la persona non comprende profondamente cosa può fare per cambiare, il cambiamento non avviene. La trasformazione della propria condizione di vita è il frutto di un processo intenzionale, il resto è comunque pura assistenza”. La povertà, dunque, come problema culturale: una chiave di lettura fondamentale per aiutare chi, per tante ragioni, ancora non ce la fa.


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