ROMA. “Come medico ho due record: in 28 anni ho visitato 350 mila persone e ho fatto più ispezioni cadaveriche di tutti i medici del mondo”. Pietro Bartolo è un fiume in piena, di una semplicità e compostezza che disarmano. Non si arrende all’indifferenza, alla svogliatezza con cui la maggior parte di noi scorrono le notizie sui flussi migratori e voltano pagina. Riserva quel senso di impotenza che lo attanaglia alle passeggiate solitarie davanti alla porta d’Europa ormai corrosa dalla salsedine, ma non dà cenno di soccombere all’orrore che ha visto, toccato, dissezionato. “È in corso una mattanza. Un genocidio. Non è un nuovo olocausto, è peggio” – ha detto con tono pacato e deciso al pubblico che giovedì ha affollato la sala Benedetto XIII della Comunità di Sant’Egidio. “Quando i campi di concentramento furono liberati” – ha argomentato – “la gente disse che non sapeva. Noi invece sono trent’anni che sappiamo”. Da quando sono stati stipulati gli accordi con la Libia, che considera “una vergogna, un atto di viltà senza eguali”, arrivano meno migranti a Lampedusa. Questo, però, non significa che il problema sia risolto.

Storie dall’isola. “L’inarrestabile emorragia del mondo”, come lui la definisce, continua qualche miglia più a sud. Nei centri di detenzione libici. E, fa sapere, “non saranno dei ministri a chiudere la porta d’Europa”. Non si dà pace Pietro Bartolo. Di vite lui ne ha salvate tante eppure si cruccia per quello che non gli è riuscito. Nel libro “Le stelle di Lampedusa. La storia di Anila e di altri bambini che cercano il loro futuro fra noi”, torna spesso agli incubi che lo tormentano. I cadaveri dei bambini affollano i suoi sogni. Vive assediato dai loro ricordi. “Gli odori, i rumori, le consistenze” non vanno via dalla coscienza. Vince sul suo senso di impotenza quando si sente gli occhi inumiditi per la gioia di essere riuscito a contribuire alla salvezza di un essere umano. Ma piange e vomita e ha paura ogni qual volta gli tocca aprire quei sacchi. Come il 7 giugno del 2008 quando morirono in 140 o come il 3 ottobre 2013 quando le vittime furono 368.

Per sfatare i luoghi comuni. Un medico di frontiera, che attende i migranti sul molo come nei film fanno i medici sul fronte in attesa che i soldati tornino dalla guerra. Sono vent’otto anni che scruta nell’oscurità della notte per vedere se una qualche luce si avvicini alla costa. Il mare lo conosce bene. Figlio di pescatori, faceva anche lui il pescatore. “Fuocoammare”, il documentario di Gianfranco Rosi, ha contribuito a rendere nota la sua vita e quella dell’isola. Ma non basta per sfatare i luoghi comuni, favoriti da quello che definisce “terrorismo mediatico”. “Vogliono farci credere che ci stanno invadendo, che portano le malattie. Ma non è vero. Sono uomini come noi”. Punta dritto al cuore. Questo libro, il secondo dopo “Lacrime di sale”, come ha detto nel corso della presentazione il presidente della Comunità di Sant’Egidio, Marco Impagliazzo, lo ha scritto per “forzare le porte del cuore degli europei”.

La trave di Alì e la notte di Anila. Secondo Pedro Felipe Camargo, rappresentante UNHCR per il Sud Europa, il romanzo di Bartolo arriva nel momento giusto perché “bisogna agire insieme, si sta giocando con le vite umane e neanche l’Alto Commissariato sa quante persone muoiono nelle acque libiche”. Di storie il medico dell’isola ne ha conosciute tante. Ce ne sono di struggenti, come quella di Alì, uno dei protagonisti del romanzo, che a Lampedusa è giunto vivo per poi finire suicida con “uno spago, una trave e quattro sassi come scala”. E di coraggiose, come quella di Anila, 11 anni, nigeriana, in viaggio da sola per un anno e mezzo per raggiungere la mamma. Ci sono scene atroci e momenti di commozione. Il libro di Bartolo si rivolge agli uomini del presente, “sperando di poterli svegliare dal loro torpore ipocrita, dalla loro colpevole, volontaria ignoranza”. Con la fiducia che queste pagine non si sgretolino con le sferzate del vento, né si dissolvano nel crudele mare dell’indifferenza.
 


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Mario Calabresi
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