STATI Uniti e Messico hanno deciso di coordinarsi per controllare la frontiera. La Danimarca ha preferito costruire una recinzione al limite con la Germania. Stessa cosa fa la Francia a ridosso del Belgio. Parigi ha mobilitato anche un drappello di soldati, spediti in gran fretta sul confine sensibile. E’ la diplomazia al contrario e a disegnarla, in queste settimane, è un minuscolo virus. La peste suina africana non è in alcun modo pericolosa per l’uomo, ma uccide i maiali in pochi giorni con percentuali vicine al 100%. E’ diffusa dal Vietnam al Belgio, ma viaggia veloce a bordo delle navi e con i cinghiali nei boschi. Nessun paese si sente al sicuro. La Cina, dall’inizio dell’epidemia ad agosto 2018, ha ucciso oltre un milione di animali: non un bel modo di celebrare l’anno del maiale. L’industria della carne suina in Europa dell’est è in ginocchio. La Danimarca, che ha 2,1 animali per ogni abitante ed esporta per 5 miliardi, non ha trovato altra soluzione che erigere una recinzione lunga 70 chilometri per bloccare i cinghiali tedeschi desiderosi di emigrare.

I risvolti politici dell’epidemia non sono sfuggiti a Mario Monti, ex premier ed ex commissario europeo, e a Ilaria Capua, la virologa ed ex deputata che nel 2006 individuò il virus dell’influenza aviaria e decise di renderlo pubblico per accelerare la messa a punto di un vaccino. I due firmano un editoriale pubblicato dalla rivista scientifica Nature. La peste suina, scrivono, “può bloccare produzione ed export” di carne, minando “la politica agricola comune europea, facendo crescere le tensioni tra gli Stati membri e fra gli Stati e la Commissione”. Un’emergenza veterinaria come questa “potrebbe scuotere drammaticamente l’identità e la coesione europee, in quest’epoca di social, fake news e proteste anti-europee”. Immaginiamo, suggerisce Monti, “che sia necessario abbattere dei capi in Italia e che a imporcelo sia l’Europa. In questa fase di sovranismi e nazionalismi, in cui le opinioni dei cittadini non sono sempre legate ai fatti, ma spesso dipendono dai social, si creerebbero delle forti tensioni”. Capua, al telefono dall’università della Florida dove oggi insegna, insiste sul concetto: “E’ la prima epidemia nell’epoca dei social media”. Il clima di antiscienza non aiuta. Il precedente degli ulivi con la Xylella inquieta. “In Europa il virus non ha ancora raggiunto i grandi allevamenti. Sarebbe un salto di qualità pericoloso”.

Le carcasse dei fratelli di Peppa Pig non sono mai un bello spettacolo, né in tv né sullo smartphone. In Polonia il governo ha chiesto ai cacciatori di uccidere i cinghiali. Per impedirlo gli animalisti si sono messi a camminare nei boschi, davanti alle doppiette. Gli allevatori hanno minacciato di scaricare letame di fronte ai palazzi delle istituzioni. In Francia i cacciatori sono affiancati dai militari. E Bruxelles? “Ogni due settimane si riunisce il comitato veterinario permanente europeo” spiega Capua. Si tratta di una misura tecnica. “No, decisioni politiche per fare fronte comune davanti all’emergenza non mi risultano, ma sarebbe auspicabile una task force che delineasse scenari politici per affrontare la potenziale evoluzione dell’epidemia. Sarebbe proprio questo il momento di oliare i meccanismi di cooperazione fra gli Stati, non di chiudersi dietro ai recinti puntando il dito contro i maiali degli altri”. Siamo in una fase, concorda Monti, di fragilità per le istituzioni comunitarie. “I movimenti sovranisti e nazionalisti potrebbero opporre resistenza a misure decise da Bruxelles. Da un lato non vogliono che l’Europa avanzi nella sua costruzionee nella sua operatività, dall’altro sono sempre pronti a denunciare che l’Europa “lascia soli gli Stati membri”. E in questo caso, aggiunge Capua, il problema non si risolverà dall’oggi al domani. “Questo virus è un brutto ceffo. Non esistono né cure né vaccini. Resiste a lungo nell’ambiente ed eradicarlo richiederà tempo”.

Ne sa qualcosa la Sardegna. “Avevo vent’anni ed ero studente quando il mio professore mi chiese di occuparmi di un nuovo virus, appena arrivato sull’isola. Oggi ne ho 62 e credo che il traguardo sia vicino. Potremmo arrivare alla fine dell’epidemia già nel 2019” racconta Alberto Laddomada, direttore dell’Istituto Zooprofilattico sperimentale della Sardegna, per 7 anni presidente del comitato veterinario permanente europeo a Bruxelles. “Un virus normale – spiega – sopravvive qualche giorno fuori dal suo animale ospite. Quello della peste suina africana resiste mesi, soprattutto se fa freddo. Un cinghiale morto in un bosco in autunno, in primavera è ancora contagioso. Nelle carni lavorate, il microrganismo può restare vivo anche sei mesi”. Ecco perché i prosciutti sardi non si possono mettere in valigia. “Come abbiamo fatto a combattere la malattia, qui da noi? Con un mix di persuasione, incentivi e misure forti” spiega Laddomada.

Il problema, in Sardegna, sono i maiali tenuti allo stato brado sul Gennargentu. “Per i pastori è più di un’affezione. Questa forma di allevamento è la loro identità. Ma ora in tanti si sono convinti che è possibile coniugare tradizione e lotta alla malattia. Oggi i maiali vivono ancora all’aperto, ma protetti da una doppia recinzione”. C’è da immaginare la resistenza, di fronte all’abbattimento di 4mila capi, quasi l’80% del totale. “I blitz scattavano alle quattro del mattino” racconta Laddomada. “La polizia circondava la zona, bloccando ogni accesso. Poi arrivavano i veterinari e le guardie forestali, per la cattura dei maiali e l’abbattimento con metodi umanitari, come nei mattatoi. Per 150 animali servivano 200 persone. Indubbiamente, per fare questo serve una volontà politica forte”.


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