Ha bevuto acqua di mare attraversando a remi il Pacifico. Ha camminato per duemila chilometri lungo le rotte polari, scalato il ghiacciaio islandese Vatnajokull, corso migliaia di chilometri nelle ultra maratone. Ma il traguardo della sua nuova sfida è il più difficile: liberare i mari dalla plastica. «Inseguendo una bottiglietta di plastica, ora inseguo una missione», dice Alex Bellini, 40 anni, esploratore, atleta e avventuriero. «Partirò per un lungo viaggio attraverso i 10 fiumi al mondo più inquinati dalla plastica e navigherò in mezzo al Great Pacific Garbage Patch, l’isola di plastica del Pacifico. Tutto su una imbarcazione fatta con materiali riciclati. La mia è una urgenza: quella di fare qualcosa per raccontare un problema spesso ignorato, forse perché i fiumi sono meno affascinanti. Voglio documentare e portare l’attenzione alla fonte, lì dove si riversano le cattive abitudini delle persone: oltre l’80% della plastica finita negli oceani, arriva dai fiumi».

Finora aveva esplorato il mondo incontaminato. «Ma ce n’è un altro, quello inquinato. Possiamo decidere di ignorarlo, ma io ho voluto sapere: ho studiato e scoperto quanto la plastica stia facendo male a qualcosa che amo, gli oceani» racconta lui che è One Ocean Foundation Ambassador.

Così, grazie al sostegno di numerosi sponsor privati, alla vendita dei suoi libri, all’appoggio di Marevivo e soprattutto «alla mia forza, mia moglie, e alle mie due figlie di 7 e 9 anni che mi insegnano molto», ha scelto per i futuri tre anni di «seguire il percorso di una bottiglietta». Repubblica, attraverso un suo diario, lo seguirà, a partire dall’inizio del prossimo anno quando dall’Asia — continente che ospita otto dei fiumi più inquinati — Alex inizierà il suo viaggio. Prima tappa in Cina, sul fiume Hai. «Arriverò lì portandomi solo alcuni strumenti. Grazie all’aiuto di locali intendo raccogliere dalle sponde del fiume materiali abbandonati e di recupero. Mi costruirò una barca di volta in volta, fiume per fiume. Ognuna di queste barche sarà lo specchio delle abitudini delle persone che vivono lì».

A remi, a vela, oppure semplicemente trascinato dalla corrente. «Mi sposterò lento, inseguendo le bottiglie che galleggiano e documentando le condizioni di quei fiumi fino al mare». A volte, anche a causa del meteo, sa che tra assemblare e navigare ci vorranno mesi. «Ma non importa: gli esploratori sono i primi ambientalisti, impariamo a conoscere il mondo e prendercene cura».

Ascolterà le storie e i problemi dei popoli del Gange, scivolerà lungo il Nilo e il Niger in Africa, affronterà la grande isola di plastica, uno dei luoghi culmine della sua impresa chiamata “10 river 1 ocean”, la cui video presentazione è diventata virale su Whatsapp. Prima di decidere di partire, un dato lo ha colpito più di tutti. «Il cinese Yangtze, lungo seimila chilometri, da solo veicola la maggior parte delle plastiche che finiscono in mare attraverso i fiumi. Le cattive abitudini nella gestione della plastica creano disastri. Bisogna ricreare una connessione fra uomo e ambiente, oggi c’è troppa distanza». I milioni di tonnellate di plastica che ogni anno arrivano in mare sono un problema che «alle persone sembra assai distante. Ma invece riguardano tutti: navigando i fiumi spero di riportare il focus sulle conseguenze. Starò per mesi immerso nel problema per ricordare che non esiste un Pianeta B».

Sa che è una sfida lontana da imprese come quella che da Genova lo ha visto raggiungere a remi il Brasile dopo 226 giorni di viaggio e 11mila chilometri. «Vorrei creare un movimento nuovo, aiutare le persone a uscire da vite automatiche con gesti automatici, come quelli sui rifiuti. A volte compriamo plastica di cui potremmo fare a meno e ci capita di buttarla nel posto sbagliato. Quando per errore l’ho fatto anche io, le mie figlie mi hanno detto “Papà, che stai facendo?”. È grazie a loro e per loro che tutti dovremmo farci la stessa domanda: cosa stiamo facendo?».
 


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Mario Calabresi
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