Abbiamo smesso di immaginare, parola di fantasiologo. Ischia accoglie Massimo Gerardo Carrese, che dal 2005 è un professionista di fantasia e immaginazione (Treccani docet). Il suo monito, lanciato a margine dell’incontro-laboratorio tenuto alle “Libereria” di Forio con bambini e docenti, è forte e chiaro: “Dobbiamo ricominciare a dare libero sfogo alla fantasia”. Altrimenti – proprio come ne “La storia infinita”, il romanzo di Michael Ende tradotto in un film-cult dal regista tedesco Wolfgang Petersen – il mondo rischia di sgretolarsi, metaforicamente. Carrese, classe 1978, già ideatore e curatore del “Festival fantasiologico” e – come ama definirsi -“appassionato di arte, di viaggi in autostop, di cinema e di rompicapi” – lo dice con convinzione, toccandosi la foltissima barba nero pece da personaggio dei cartoon.

Sono davvero tempi così difficili per la fantasia?
“Purtroppo sì, la fantasia non se la passa bene. Perché andiamo tutti di fretta, mentre la fantasia ha bisogno di tempo e di memoria, di attenzione e condivisione. Le emozioni devono sedimentarsi. C’è bisogno soprattutto di incontri tra le persone, incontri reali. Non virtuali”.

Va a gamba tesa sui social network.
“I social devono essere uno strumento per incontrarsi nella vita reale, non devono inghiottirla. Un mezzo attraverso il quale incontrare l’altro, non il luogo di quell’incontro”.

C’è chi dice che uno dei problemi della contemporaneità è che non si raccontano più storie ai bambini.
“Sono d’accordo. I genitori hanno dismesso l’emotività: raccontare vuol dire anche raccontarsi. Loro sono attratti da altro, in particolare dalle attenzioni futili della tecnologia. Lo smartphone finisce con l’inghiottirci, impedendo di guardarci negli occhi. Se ora passeggiamo per strada, qui a Forio, incroceremo pochi sguardi. Tutti riversi sui propri telefonini, salvo poi perdere continue occasioni d’incontro o, come amo dire, di ‘sguardarsi’, che è un passaggio più intimo e profondo rispetto al guardarsi”.

Dipinge un quadro a tinte fosche.
“Il punto è che oggi abbiamo tutti una scarsa attenzione e ci affidiamo a una fantasia passiva, quella legata alle fantasticherie degli altri, per esempio del cinema, evitando di mettere in gioco noi stessi, immaginare mondi, mostrandoci all’altro”.

Come si diventa fantasiologhi?
“Dalla curiosità e dall’inquietudine personale, dal desiderio di scuotere le cose per vedere come sono fatte e per ricavarne dell’altro, scoprendo il possibile”.

La realtà dà abbastanza stimoli?
“Per la verità l’unica cosa che ci rende inquieti è la crisi. E non va bene. Ci scuote però una bimba, Greta, capace di riflettere sui cambiamenti climatici globali. Ma mentre parlava, fateci caso, nei filmati si vedono politici intenti a smanettare sui propri smartphone. Vedete: in fondo è sempre lì che si finisce”.
 


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