Joe Pistone conserva intatta la sua fibra. Un uomo che è riuscito a trasformarsi in un membro della famiglia mafiosa Bonanno di New York per sei anni. Nessuno ci era riuscito prima, nessuno ci è riuscito dopo. La storia di Joe Pistone, o meglio di Donnie Brasco il suo nome da mafioso, diventa leggendaria quando viene raccontata nel film di Newell con Al Pacino e Johnny Depp. Eppure nel film è raccontata solo una piccola parte di quello che Pistone ha costruito su di sé per diventare un mafioso credibile. Le polizie raramente infiltrano, ormai usano informatori, cioè criminali che forniscono informazioni su attività illecite, hanno a disposizione le dichiarazioni dei pentiti. E per quel che ne sappiamo oggi, un poliziotto che sia riuscito a inserirsi in un’organizzazione mafiosa e a viverla quotidianamente per così tanto tempo non è mai piu accaduto.

Joe Pistone è riuscito a farcela grazie a quelle doti straordinarie che in un infiltrato non possono mancare, prima fra tutte la pazienza. Proprio così. Siamo abituati a pensare al lavoro dell’agente dell’FBI come a un lavoro d’azione, ma se si vuole penetrare nel mondo criminale e nei suoi meccanismi, non si può pensare di farlo giocando a sembrare un gangster stretto tra nervi e ambizione. Non appena metti piede in un’organizzazione – o anche solo se ti avvicini ad essa – chi ne fa parte vuole sapere tutto di te. Per questo a Joe non bastava avere un nome nuovo con cui presentarsi ai mafiosi, ma gli serviva una nuova vita.

-JP: “La mafia americana vuole sapere da dove vieni, chi è la tua famiglia, se sei sposato, se sei divorziato, se hai figli…, e se racconti una qualsiasi di queste cose dovrai poter presentare qualcuno, dovrai portare una madre, un padre, una moglie, una ex moglie, dei figli. E se racconti che sono morti, ti chiederanno: dov’è la tomba? Allora stabilimmo che ero un orfano, cresciuto in orfanotrofio fino ai quindici anni e che non avevo mai conosciuto i miei genitori e, che io sapessi, non avevo parenti. E l’orfanotrofio che scegliemmo era uno in particolare che corrispondeva ad un’epoca compatibile con la mia età e che era stato distrutto da un incendio, per cui tutti i registri erano ridotti in cenere, quindi non avrei mai potuto andarci per recuperare i documenti. Così, quando finalmente mi infiltrai, raccontai questo, che ero un orfano”.
 
Essere credibili è la prima cosa. Per questo, oltre a costruirsi una falsa identità, prima di infiltrarsi, bisogna inventarsi quella che all’FBI chiamano “legend”, ossia il curriculum criminale. Donnie decise che sarebbe stato un ladro di gioielli, per varie ragioni: la prima perché tra tutte le professioni criminali non è particolarmente violenta, e questo lo avrebbe aiutato a mantenersi in un territorio più accettabile per un agente dell’FBI; la seconda perché è una professione che si può esercitare anche da soli, senza una banda alle spalle, per cui se si racconta di aver rubato gioielli e diamanti, non bisogna per forza dire con chi lo si è fatto o per chi. Non bisogna “produrre” dei soci o un’organizzazione. Certo, non ci si improvvisa ladri di gioielli.
 
– JP: “Quando ti assegnano una missione sotto copertura e ti costruisci un curriculum criminale, devi conoscerne bene tutti gli aspetti perché una delle prime cose che possono andarti male è che ti trovi a discutere con qualcuno della tua attività e non sai di che diavolo stai parlando. Quindi per rendere credibile il mio curriculum ho dovuto seguire un corso per studiare i diamanti e le pietre preziose. E poi ho imparato altri aspetti dell’essere un ladro di gioielli come lo scasso, gli allarmi, le casseforti. Della professione che scegli, qualunque essa sia, devi conoscere davvero ogni aspetto”.   
 
Joe venne scelto dall’FBI per infiltrarsi nella mafia newyorkese perché italo-americano. Famiglia di origine per metà siciliana e per metà calabrese Pistone era cresciuto in un quartiere a prevalenza italiana nel New Jersey degli anni Cinquanta, territorio in cui in quegli anni spadroneggiava la famiglia mafiosa dei Genovese, che controllava il gioco d’azzardo e il contrabbando di merce rubata. E lì aveva imparato le basi di ciò che in seguito gli sarebbe stato fondamentale per il suo lavoro da agente federale.
 
-JP: “Fui scelto essenzialmente perché avevo un buon “senso della strada”, una certa intelligenza da strada. Ero cresciuto proprio in quel contesto, frequentavo sempre il quartiere e mi integravo bene, tranquillamente con la gente di strada, con ladri e delinquenti, anche per il modo in cui mi rapportavo ai criminali che abitavano nella mia zona: non li guardavo né con ammirazione né dall’alto in basso, per me erano dei criminali, punto, e non c’entravano nulla con me. Quindi mi sarei sentito a mio agio in mezzo ai criminali tra i quali mi chiedevano di infiltrarmi”. 
 
Per tutti i formatori di poliziotti del pianeta, Joe Pistone è circondato da un’aura mitologica, per cui girano su di lui storie che spesso sembrano rispondere alla leggenda più che alla realtà. Come il fatto che non sudasse mai e non avesse mai ansia, nemmeno nelle situazioni più rischiose. Durante il nostro lungo incontro gli riporto questa informazione con un sorriso, tradendo la mia incredulità, come per accompagnarlo ad ammettere che, per quanto fosse bravo e fosse stato addestrato bene, era impossibile ingannare una delle emozioni più umane che esistano, la paura. E invece, anche in questo caso Joe mi stupisce.
 
-JP: “È vero, non sono mai andato in ansia. E credo che la ragione stia nel fatto che non mi sforzavo di agire come pensavo che agissero i gangster Ero semplicemente me stesso. Io non divento nervoso sotto pressione. Mi sono trovato in situazioni in cui, se non avessi dato le risposte giuste al momento giusto, avrei potuto essere ucciso. E se inizi a sudare, fai vedere che qualcosa non va, che stai mentendo e io, semplicemente, avevo la capacità di mantenere i nervi saldi, ma è solo una mia caratteristica, tutto qui”.
 
Più che una dote, quindi, per Joe non sudare era una necessità. Quando Pistone inizia la sua operazione, siamo nella seconda metà degli anni Settanta. In quel periodo, come lui stesso dice, “per la mafia, la città di New York era il centro dell’universo”. Tutto il crimine negli Stati Uniti dipendeva dalla mafia di New York, e Joe ne conosce la struttura centimetro per centimetro. Con una puntualità chirurgica, mi spiega che ognuna delle cinque famiglie mafiose – Bonanno, Gambino, Genovese, Lucchese, Colombo – controllava un determinato territorio in città dove portava avanti i suoi affari illeciti: gioco d’azzardo, traffico di droga, estorsione, ricettazione, edilizia, smaltimento dei rifiuti… Qualsiasi attività da cui si potesse ricavare anche solo un dollaro per la mafia era un’opportunità. In quel territorio nessun’altra famiglia poteva entrare per fare affari, era assolutamente vietato. Le famiglie al loro interno erano strutturate gerarchicamente, ricordavano un’entità a metà tra una multinazionale e un corpo militare: al vertice c’era il boss, sotto a cui stava un vicecapo e al cui fianco sedeva un “consigliere”, poi sotto venivano i caporegime e sotto ancora i soldati. Tutti, dopo essere stati affiliati, iniziavano la loro carriera come soldati. E per essere affiliati alla mafia, bisognava avere tre requisiti: essere maschi, bianchi e italiani. Quelli che erano in contatto con l’organizzazione e che facevano affari con essa ma non erano ancora stati affiliati erano chiamati “associati”. Quando Donnie Brasco cominciò a lavorare per la mafia di New York, divenne un associato. Dopo sei anni nell’organizzazione, il suo capo lo propose per l’affiliazione.
 
-JP: “Parlando con il mio socio Lefty Ruggiero, gli dissi: “Lefty, come ladro le cose mi vanno bene, guadagno bene, sono con te, sono con Sonny… che vantaggio ho dall’essere affiliato e diventare membro, diventare un uomo d’onore?” Lui mi guardò e mi disse: “Donnie, puoi mentire, puoi rubare, puoi truffare, puoi uccidere, ed è tutto legittimo. Se sei un uomo d’onore, puoi fare tutte queste cose e va sempre bene.” È questo il modo in cui ragionano”.
 
Ai tempi dell’operazione di Pistone, la mafia italoamericana era in assoluto la più potente organizzazione criminale degli Stati Uniti. Pur chiamandosi Cosa nostra, aveva fuso in una tutte le diverse organizzazioni italiane e non includeva solo siciliani ma affiliati di diverse regioni italiane: criminali calabresi, campani, pugliesi, abruzzesi, lucani… pur avendo origini diverse negli Stati Uniti finivano tutti in Cosa Nostra. Come accadeva e in gran parte accade ancora oggi in Italia il legame di sangue rappresentava una garanzia per la sopravvivenza dell’organizzazione: essendo gli affiliati spesso parenti tra di loro – figli, fratelli, zii, cugini – erano ancora più portati a proteggersi a vicenda, e così facendo, a proteggere l’organizzazione. Ma ciò che Pistone dettaglia in tutti i suoi rapporti è la vera potenza della mafia italo-americana molto più forte rispetto alle altre organizzazioni  le regole. Regole su tutto,  dalle più serie alle più superificali.
 
-JP: “Trasgredire ad alcune regole, anche le più stupide, ti poteva fare ammazzare. Per esempio: a quell’epoca, nella mafia americana, la sera volevano vederti vestito bene – un bel paio di pantaloni, una bella camicia, e quando poi arrivava l’inverno, una bella giacca. Sostanzialmente volevano che fossi in ordine, volevano che mantenessi quell’aria da persona distinta, regolare e pulita. Non ti permettevano i capelli lunghi o il codino, dovevi avere un’acconciatura normale. Non potevi avere nessun tipo di barba. All’inizio della mia missione da infiltrato avevo i baffi folti. Quando arrivai al punto di farmi accettare, mi dissero: “Donnie, devi raderti i baffi”. Ora, se non osservi queste regole, ti uccidono? No. Ma dimostri una mancanza di rispetto. Se ti scoprono a rubare denaro alla famiglia, ti uccidono. Non diventare mai un informatore, non parlare mai coi poliziotti, non parlare mai con un Gran Giurì: “Se lo scopriamo, ti ammazziamo”. (…) Ecco, queste regole servono a tenere le persone in riga. Loro le infrangono? Certo. E pagano con la vita? Sì”.
 
Joe aveva perfettamente compreso le regole della famiglia mafiosa in cui stava per entrare ma lui aveva già una famiglia: una moglie e tre figlie, che ovviamente non sapevano nulla dei dettagli della missione che lo tenne lontano da casa giorno e notte per sei anni, salvo le brevi visite una volta ogni sei mesi. Anche loro erano state addestrate in un certo senso: a chiunque chiedesse notizie del marito o del padre, dovevano rispondere che faceva il rappresentante e che era sempre via per lavoro. Quando la missione finì, non fu facile per Joe rientrare in famiglia: si sentiva un estraneo, era mancato troppo a lungo dalla quotidianità di quelle figlie che aveva lasciato bambine e ritrovò adolescenti. Aveva perso compleanni, Natali, saggi di danza, diplomi. Come ci era voluto tempo per entrare nella vita di Donnie Brasco, ci volle tempo per tornare nella vita di Joe Pistone.
Ma nonostante tutto, quando chiedo a Joe se ne è valsa la pena, se lo rifarebbe, è l’uomo dello Stato orgoglioso del suo lavoro a rispondere: “Lo rifarei per il risultato: quell’operazione ha spezzato la schiena alla mafia americana. L’organizzazione criminale più importante del Paese ridotta a uno dei tanti gruppi criminali degli Stati Uniti. Cioè abbiamo messo tutti i boss mafiosi in prigione, quindi… Lo rifarei? Sì.”

L’operazione di infiltrazione portò ai famosi maxiprocessi di Mafia Commission e Pizza Connection e alla condanna di oltre duecento uomini della mafia. Stiamo parlando di anni in cui, sia in Italia sia negli Stati Uniti, un pezzo importante dell’opinione pubblica e politica negava l’esistenza della mafia, la considerava qualcosa di folkloristico, non di così economicamente influente. Per questo nel contrasto al crimine organizzato nel mondo esiste un prima Joe Pistone e un dopo Joe Pistone. L’operazione contribuì anche a spezzare il pregiudizio secondo cui tutti gli italiani immigrati negli Stati Uniti fossero mafiosi, perché quest’agente di origini italiane cresciuto nel New Jersey, mettendo a rischio la sua stessa vita, aveva inferto il colpo più grande alla mafia nella storia degli Stati Uniti.  


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