MILANO – Cent’anni di inimicizia, anzi ormai centonove. In mezzo c’è stato di tutto, non semplici polemiche, ma pietre miliari di una rivalità che si è fatta carne e calcio più di qualsiasi altra, il culmine con Calciopoli, ferita che mai si rimarginerà. Eppure adesso, zitte zitte, anzi facendolo sapere sottovoce, le due grandi nemiche si stanno avvicinando. Juventus e Inter, le squadre più popolari che ci siano perché le più amate e le più odiate, le duellanti del derby d’Italia che non può avere una fine, e che però potrebbe avere una tregua con vista sull’Europa, cui tutte le grandi ormai devono guardare. Intime non saranno di certo, in nessun caso, ma una parvenza di buoni rapporti è cominciata, e come al solito il cambiamento arriva dai giovani, dalle nuove generazioni, che se aspettiamo gli anziani o la “pancia del paese” stiamo freschi. Sostanzialmente, la ruota ha iniziato a girare da quando l’Inter è diventata proprietà di Suning, e a Milano è arrivato Steven Zhang, che deve ancora compiere 27 anni ma già da due stagioni è di fatto al comando del club nerazzurro, di cui è diventato presidente lo scorso 26 ottobre. I suoi rapporti con Andrea Agnelli si sono fatti via via più stretti, sia perché la nuova Inter ha guardato alla Juventus come a un modello vincente a cui ispirarsi, sia perché ormai i club italiani di vertice sono destinati a fare cartello e alleanze in un’ottica europea, perché è con l’Europa che si compete: ormai si è capito che l’élite del calcio va in direzione della Superlega o come la vorranno chiamare, quindi come club italiani conviene avere strategie comuni e visioni condivise sul piano commerciale e politico, mica rimanere separati da rivalità antiche e ormai antiquate, che servono solo a indebolirsi, a fare i capponi di Renzo.

E’ in questa ottica di diverse visioni che, ad esempio, si registra il passaggio pressoché indolore o addirittura apparso naturale di Beppe Marotta dalla dirigenza juventina a quella interista (imminente l’annuncio ufficiale), e dire che i due club non hanno rapporti di mercato dal 2006, quando Ibrahimovic e Vieira fuggirono dalla Juve in B e approdarono a Milano; poi più nulla, anzi polemiche feroci dei tifosi nel 2015 per uno scambio Vucinic-Guarin infine saltato per la furia popolare, al punto che all’epoca proprio Marotta tuonò “Mai più rapporti con l’Inter”, poi guarda com’è la vita, ora proprio lui è di qua. Per non dire che un paio di mesi fa Andrea Agnelli aveva pensato di candidare Massimo Moratti alla presidenza della Figc, invito poi declinato dall’ex patron nerazzurro, non c’erano le condizioni, ma non c’erano a Roma, mica sull’asse Milano-Torino. O nella stessa ottica si possono leggere le mancate proteste dopo l’ultimo Inter-Juventus dello scorso aprile, quando un paio di decisioni errate dell’arbitro Orsato danneggiarono l’Inter, ma mentre il popolo insorgeva il club nerazzurro non fece un plissé, invece in altri tempi chissà cosa si sarebbe scatenato.

Juve e Inter, le vecchie nemiche ora quasi alleate. Come è lontana calciopoli

Steven Zhang

Ma è anche un modo per chiedere una tregua delle ostilità tra le due squadre che più hanno giocato in serie A dall’inizio del girone unico (87 volte l’Inter, cioè sempre, e 86 la Juve, e 18-34 il computo degli scudetti, che però per gli juventini sarebbero 17-36, e non la finiremmo più…), e che si sono affrontate per la prima volta, in un calcio primordiale, 233 partite fa, il 14 novembre 1909. Quel 2-0 per la Juventus sarebbe stata la prima delle 105 vittorie bianconere (71 per l’Inter, 57 i pareggi), anche se l’Inter avrebbe poi vinto quel campionato, il suo primo, però contro la Pro Vercelli e in una finale finita 10-3 perché i piemontesi schierarono per protesta una squadra di ragazzi tra gli 11 e i 15 anni, era calcio primordiale ma già polemicissimo. Il primo scudetto a girone unico se lo aggiudicano nel ’30 i nerazzurri, che il fascismo ha già corretto da Internazionale ad “Ambrosiana”, poi inizia la storica cinquina della Juventus, e il quinto titolo lo vince all’ultima giornata proprio sull’Inter, beffa ripetuta nel 1967, con la papera del nerazzurro Sarti a Mantova che regala il titolo ai bianconeri e chiude l’epoca di Herrera, o nel celebre 5 maggio 2002, il pianto di Ronaldo all’Olimpico, la festa di Del Piero a Udine.

E che fuoco, che liti, che fronti contrapposti, sempre, sul piano politico-sportivo, la Juve a incarnare il potere e l’Inter il contropotere o addirittura la rivoluzione, anche se da una posizione mai davvero cheguevariana, non esageriamo, se di là ci sono sempre stati gli Agnelli, di qua è stato il regno della famiglia Moratti, petrolio&affini. E si dice anche sul filo di una rivalità a livello imprenditoriale siano nati i grandi dissidi dalla presidenza di Angelo Moratti negli anni Cinquanta in poi, deflagrati con i fatti del 1961, con l’invasione di campo di Juve-Inter, i nerazzurri che chiedono partita vinta e la ottengono, ma la Figc presieduta da Umberto Agnelli accetta il ricorso Juve e fa rigiocare la gara, a cui l’Inter manda per protesta i ragazzi con l’esordiente Sandro Mazzola: finisce 9-1, Sandrino segna ma Sivori ne fa sei. Poi l’Inter di Herrera riequilibrerà le sorti per l’Inter fino a Mantova, poi gli anni Settanta e Ottanta più juventini e solo qualche sortita interista con gli scudetti-lampo di Bersellini e Trapattoni, poi nei Novanta il ritorno di un Moratti, Massimo, alla guida dell’Inter, riaccende la miccia, ed ecco la bomba del contatto Iuliano-Ronaldo nel 1998, cui seguono anni funesti con la rivalità che esplode a ogni incrocio tra una miriade di liti sugli arbitri, ma gli scudetti vanno sempre a Torino. Finché l’Inter con denunce e pressioni fa partire la valanga di Calciopoli o Moggiopoli, la Juve perde due scudetti, uno persino lo danno all’Inter, indimenticabile torto per ogni bianconero, e retrocede addirittura. Ma dagli inferi, da dove vede con orrore l’Inter infilare trofei e tornare addirittura Euromondiale, trarrà la micidiale e accecante forza che ha sprigionato negli ultimi anni, mentre l’Inter tossicchiava di stanchezza, solo che ora vuole tornare a respirare bene. Anche allacciando buoni rapporti con la vecchia nemica, perché in fondo ispirarsi a chi è migliore di te non è per forza una cattiva idea. Non almeno in questo calcio italiano ancora così debole nei confronti dell’Europa. Meglio stringersi a coorte, e fare fronte comune. Tra nemiche per la pelle, poi, ci si conosce così bene.


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