ROMA – Sei miliardi di dollari incassati, oltre cento milioni di copie vendute e un costo di produzione stallare che al tempo, era il 2013, aveva toccato i 265 milioni di dollari. Senza dimenticare il fiume di soldi preveniente dalla parte online, frequentata da poco meno di 34 milioni di persone nel mondo, che ha toccato i 58 milioni di dollari mensili. Ancora oggi, caso più unico che raro, è a distanza di anni fra i primi posti dei videogame più venduti. Questi i numeri del quinto ed ultimo capitolo di Grand Theft Auto (Gta) della Rockstar finito per l’ennesima volta sotto accusa per l’operazione della squadra mobile denominata “Gta Monza”.

Per capire di cosa si tratta bisogna partire dalle dimensioni di questo fenomeno culturale, nato e cresciuto in Europa, fra i più importati nel settore delle console. Citarlo in una telefonata, come hanno fatto i membri della banda di Monza, è citare un luogo comune diffuso. Nulla di più. Nato dalla mente di due fratelli inglesi, Sam e Dan Houser, e sviluppato per lo più negli studi scozzesi della Rockstar, Gta è da sempre un ritratto sarcastico e violento del sogno americano attraverso gli occhi di personaggi ai margini che solo con il crimine riescono ad emergere.  Il paragone con i film di Quentin Tarantino è di gran lunga il più gettonato, ma forse potremmo aggiungere Il braccio violento della legge di William Friedkin, Carlito’s Way di Brian De Plama, Quei bravi ragazzi di Martin Scorzese. Un videogame per adulti espressamente sconsigliato (vietato in certi Paesi) ai minori come lo sono buona parte dei film citati qui sopra.

E’ il re del genere a “mondo aperto”, dove si segue una trama principale fatta di missioni consecutive, ma si ha anche la libertà di andare dove si vuole e fare quel che si vuole. Compreso il pestare e derubare prostitute, investire passanti e, in una missione di Gta V, torturare un informatore. Le azioni legali mosse a questo e agli altri capitoli della serie, 280 milioni di copie vendute nel complesso, non si contano. In Tailandia, a seguito di un omicidio, lo hanno perfino vietato del tutto. Sam Houser, anche a questo giornale, ha sempre risposto che Gta è un affresco romanzato della vita di strada e che la violenza ne fa parte.

In realtà la sua casa di sviluppo ha fatto parte della sua fortuna proprio grazie allo scandalo che la serie provoca e all’alone di gioco maledetto che ormai la circonda. E  bisognerebbe anche chiedersi come mai sia consentito in Italia che un videogame simile finisca in mano a dei minori. Ma addossargli responsabilità che vadano oltre il cadere nel cattivo gusto gratuito sarebbe come sostenere che la causa di teppismo e criminalità debba esser addossata a serie tv, film o libri dove in scena va la violenza.

Il vicecommissario della squadra mobile durate la conferenza stampa su Gta Monza a proposito del videogame Rockstar: “Non credo che in un contesto sociale in cui siamo adesso possa aver influito in modo decisivo, è chiaro che tutti i giovani oggi sono abituati a giocare ai videogiochi, anche violenti”. Il vuoto culturale e un ambiente familiare disastroso hanno radici e conseguenze ben più profonde di una qualsiasi opera di finzione. Così come le ha la libera circolazione di armi da fuoco in Paesi come gli Stati Uniti. Ma questa è un’ovvietà. Fa riflette che nel 2019 si debba ribadirlo ancora una volta.
 


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