ROMA — Piacenza è la città più cardioprotetta d’Europa. Ha 877 defibrillatori. Negli impianti di sport, dentro le scuole (anche gli asili), in gran parte delle aziende d’area. Nelle redazioni dei giornali e in cento condomini. Centrotrenta defibrillatori — sono zainetti rossi all’interno di una teca di vetro — li hanno appesi ai muri perimetrali delle strade. Devono restare accessibili la notte, a Ferragosto. L’attacco cardiaco non ha stagioni. «Costano mille euro l’uno e in ventun anni ne sono stati vandalizzati solo cinque», dice la dottoressa Daniela Aschieri, oggi primaria di Cardiologia all’ospedale di Castel Sangiovanni, venticinque chilometri Ovest.
Un defibrillatore ogni 327 abitanti (Piacenza e provincia).

È un caso unico, rivelano le case produttrici, nel nostro continente a medicina avanzata. Solo la spagnola Girona, che collabora da anni con il team italiano, ha numeri paragonabili. E i risultati sul campo, come ha spiegato ieri la dottoressa Aschieri ai membri della Commissione Affari sociali della Camera, sono decisamente più di un esperimento: a Piacenza gli infartuati vengono salvati quattro volte la media nazionale. È il 41 per cento di chi subisce un arresto cardiaco e viene trattato con un defibrillatore. Centoventun residenti colpiti sono stati salvati dai volontari delle ambulanze, da agenti in servizio e guardie di finanza. Da passanti. «Dobbiamo convincere il ministero della Sanità a togliere dalla legge del 2001 l’obbligo dei corsi di formazione per poter usare un defibrillatore. Questa non è una salvaguardia per i cittadini, è una condanna».

Ci sono otto disegni di legge in Parlamento e la modernità dell’esperienza della dottoressa Aschieri è tutta nella deresponsabilizzazione dell’individuo di fronte allo strumento. «Chiunque può usare un defibrillatore. Si apre il coperchio, si preme accensione, poi si applicano i due elettrodi, due adesivi, sul torace. A quel punto la macchina inizia a parlare, riconosce il tipo di arresto cardiaco, fa la diagnosi e se è necessario eroga la scarica. Non ci sono margini d’errore, né responsabilità dell’uomo. Tanti anni fa, quando iniziammo, l’avvocato Augusto Ridella tirò giù un parere legale che diceva che l’onere è dello strumento. In ventun anni non abbiamo avuto cause né richieste di risarcimenti».

Con coraggio pionieristico, nel marzo 1998 la dottoressa seguì il suo mentore, il professor Alessandro Capucci, a New Orleans. Al ritorno aprì la onlus “Il cuore di Piacenza”. «Tornammo con il primo prototipo di defibrillatore semiautomatico e il prof mi disse: “Facciamo un progetto intorno a questo, coinvolgiamo tutta la città”». Oggi, che Capucci è vicino alla pensione, le novantasei pattuglie delle sei forze dell’ordine locali sono tutte dotate di defibrillatore e 55 mila piacentini (mezza città) sanno utilizzarlo. «Volevo fare il medico fin da bambina e a 17 anni ho salvato mio padre da un attacco cardiaco telefonando al pronto intervento. Da quel giorno ho pensato a come sarebbe stata la mia vita se non ce l’avesse fatta. Sì, sarei diventata una cardiologa con una missione chiara».


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