DOMENICA di fine luglio, verso l’ora di cena. Una madre riceve la telefonata del figlio, si alza di scatto dal divano, saluta il marito e si mette in auto. Guida per trenta chilometri, da Adria a Chioggia. È agitata, la richiesta d’aiuto che ha sempre temuto di ricevere è arrivata. Un locale pubblico non vuole far entrare suo figlio perché nero. La donna alla guida dell’auto si chiama Claudia Luigia Narsi, 53 anni, informatore farmaceutico, madre di due ragazzi di origini etiopi adottati dieci anni fa. Il più grande, Pietro Braga, è il giovane respinto all’ingresso dello stabilimento balneare Cayo Blanco, locale poi sanzionato dal questore di Venezia con 15 giorni di chiusura. «Ho insegnato a mio figlio a essere auto ironico, a non dare troppo peso agli insulti scontati che il colore della sua pelle potrebbero attirare. Stavolta però è successo qualcosa di diverso, per questo sono corsa davanti a quel locale», racconta.

Un ragazzo di 18 anni che telefona a sua madre per risolvere un problema simile. Non è inusuale?
«Io e mio marito l’abbiamo cresciuto cercando di prepararlo a situazioni come questa. Lui mi ha chiamato perché ha compreso la gravità della cosa. Voleva un mio consiglio».

E lei, cosa altrettanto inusuale, parte in macchina per andare faccia a faccia con i buttafuori. Perché?
«Sono andata perché ho sentito addosso tutta l’umiliazione che mio figlio stava provando in quel momento. Ma è stato inutile: non mi hanno dato ascolto e hanno fatto finta di niente».

Un passo indietro. Può spiegare la scelta di adottare due bambini?
«Io e mio marito abbiamo sempre avuto il desidero di adottare un bambino. Ci hanno fatto conoscere quei due fratellini, non ce la siamo sentita di separarli. Dopo una trafila di quattro anni il nostro sogno si è realizzato e a casa nostra sono arrivati Ashenafi e Netsanet, che tutti conoscono come Pietro e Tina».

Avete mai avuto problemi a causa dei pregiudizi degli altri?
«Abitiamo ad Adria, una piccola cittadina in provincia di Rovigo. I nostri figli sono stati accolti e coccolati da questa comunità. A scuola erano amati da tutti. Con il calcio, ogni tanto, qualcuno si è lasciato andare con qualche epiteto ma nulla di grave. Il problema viene adesso che Pietro ha 18 anni e inizia a uscire dal paese in cui è cresciuto».

È preoccupata?
«Sì, molto. Ho due figli di colore che vivono in un Paesei ncattivito, che quasi stento a riconoscere. Raccomando a Tina di tornare sempre accompagnata e a Pietro di rispondere con educazione anche di fronte alle peggiori angherie. Il clima è cambiato, ora si rischia per davvero. La gente si sente autorizzata a infierire su chi ha la pelle nera. Perdo il lavoro? È colpa dei neri. Mi sento insicuro? È colpa dei neri».

È un riferimento al leghismo?
«Io non voglio fare politica ma ci tengo a dire che sono lontana dalla politica dell’odio, del razzismo, della disumanità. Vorrei essere parte di un popolo che aiuta e non si chiude. Penso alle tante famiglie che hanno fatto una scelta come la nostra e prego per loro: teniamoci stretti».

Cosa le resta dentro dopo quel che è accaduto?
«Amarezza, tanta. E la preoccupazione di tutte le mamme. Abbiamo ricevuto un sacco di messaggi di solidarietà, quelli ci danno tanto coraggio».

Ce n’è uno che l’ha colpita?
«Sì. Queste parole: Bisogna forzare intimamente il benessere miope che ci culla ogni giorno per capire che insieme a Pietro Braga siamo rimasti fuori anche tutti noi».


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Carlo Verdelli
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