LE IMMAGINI dei boschi distrutti, dei milioni di alberi schiantati, delle strade travolte da frane, della natura sconvolta in seguito al ciclone atmosferico che, tra fine ottobre e i primi del novembre scorso, si è abbattuto sul Veneto, con particolare veemenza nelle aree dell’Agordino, del Comelico e del Cadore, sono negli occhi di tutti gli italiani e, Insieme, sono incise nell’esistenza delle comunità locali. Momenti – come altre tragedie – consegnate alla storia delle popolazioni e delle famiglie, legate alla memoria delle vittime, che desidero ricordare prima di ogni altra cosa, rinnovando il sentimento più profondo di solidarietà.

Eventi di così straordinaria portata interrogano le persone e la società intera rispetto al rapporto con la natura. La coscienza dei propri limiti non esonera tuttavia da responsabilità, anzi dovrebbe spingere anzitutto le istituzioni a esercitarle con sempre maggiore impegno e rispetto, anche degli equilibri dell’eco-sistema.

Responsabilità che, partendo dal prestare adeguato soccorso a chi è colpito e dal ripristino delle condizioni pre-esistenti dei territori, si devono porre l’obiettivo prioritario della prevenzione, tanto necessaria quanto purtroppo sottovalutata, o trascurata, per troppo tempo.

Abbiamo nel nostro Paese eccellenze sul terreno della gestione dell’emergenza, quando c’è bisogno di aiuto immediato e concreto: sono esperienze che vanno valorizzate anche sul terreno della prevenzione. L’azione di soccorso e di assistenza nei giorni delle violentissime raffiche di vento e delle piogge eccezionali nel Bellunese, sull’altopiano di Asiago, in Trentino, è stata appassionata, così come encomiabile e commovente fu la dedizione dell’Esercito, delle forze di polizia e dei volontari nei momenti disperati in cui l’onda mostruosa scavalcò la diga e si abbatté distruggendo uomini e case nella vallata del Vajont.

Una umanità e una generosità che sono un patrimonio inestimabile del nostro popolo, e su questo telaio è stato possibile edificare la rete della nostra Protezione civile.

L’Italia è il suo patrimonio umano e ambientale. Lo sa bene chi vive nei paesi e nelle valli alpine che ogni giorno si specchiano nelle Dolomiti. Rigenerare i boschi, manutenere le strade, le terre colpite dagli eventi dell’autunno scorso è un grande compito nazionale e richiede l’impegno diffuso delle istituzioni a tutti i livelli. Ma sono le singole comunità, che sono chiamate a essere protagoniste della ripresa.

Lo sviluppo economico, necessario nei territori colpiti, sarà vero solo se risulterà sostenibile e sarà capace, per la natura e per le persone, di concorrere a una amministrazione delle risorse ambientali che veda al riparo le comunità da rischi di scelte sconsiderate, non coerenti con gli interessi generali. Ne va, concretamente, del nostro futuro.

I fenomeni climatici non hanno bisogno di passaporto per superare le frontiere che l’uomo ha disegnato sulla carta politica del pianeta. Proprio per questo, nel novembre scorso, ho sottoscritto, insieme ad altri Capi di Stato, a testimonianza della necessità di un impegno globale, una dichiarazione che muove dalla consapevolezza che “il cambiamento climatico è la sfida chiave del nostro tempo”. «La nostra generazione – abbiamo scritto – è la prima a sperimentare il rapido aumento delle temperature in tutto il mondo e probabilmente l’ultima che effettivamente possa combattere l’imminente crisi climatica globale». I valori dell’uomo, e del suo rapporto con la Terra che ci ospita, sono in gioco.

*Il presidente della Repubblica


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