La rivolta contro i rom di Torre Maura a Roma, il pane calpestato e la pietas negata


La rivolta contro i rom di Torre Maura a Roma,  il pane calpestato e la pietas negata

Lo scatto del fotografo sul piede che maciulla i panini destinati alla cena dei nomadi ci riporta ai lager nazisti e all’annullamento della vita


Il pane è il cibo, il pane il nutrimento, il pane è vita. Solo la disperazione può spingere qualcuno a calpestare il pane. Il pane è un simbolo e schiacciarlo con le suole delle scarpe su una strada della periferia romana significa negare se stessi, anche se quel pane era per altri, per i Rom, gli scarti della nostra società, gli ultimi degli ultimi, cui vanno quei panini avvolti nel cellophane trasparente.

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Il pane è quello che si distribuisce nella comunione cristiana, perché il pane rende fratelli e un tozzo di pane non si nega a nessuno, neppure ai nemici quando non possono più offenderci o ferirci. Se muore la pietà per gli altri e il pane finisce sotto le scarpe, come una deiezione qualsiasi, vuol dire che la pietà l’è morta, come recita la canzone.
Lo scatto del fotografo riporta quelle buste con i panini accumulate vicino al cordolo del marciapiede, sparse come rifiuti sull’asfalto della strada. La cena di quel giorno non avrà più il pane, segnala chi era lì, a Torre Maura. Una cena senza pane sul desco è nel nostro paese una non-cena.

I fascisti di Casa Pound hanno buon gioco ad aizzare gli ultimi della città contro gli ultimi degli ultimi. Per loro non c’è pietas che tenga, non conoscono la carità cristiana e neppure le regole del vivere con gli altri, della convivenza. Nei Lager che evocano per gli stranieri, i migranti e i Rom, si viveva e si moriva per un tozzo di pane, come recita la poesia di Primo Levi. Se questo è ancora un uomo?

03 aprile 2019 – Aggiornato alle



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