L’altro giorno è andato in piscina con i compagni di classe. Sabato sera era alla festa di un amico che compiva 18 anni, come lui. È la bellezza veloce della giovinezza semplice: soli, mai. Il 27 giugno ha affrontato gli orali della maturità: perito agrario, voto finale 81. Accanto a lui, in classe, la mamma. Stesso banco: anche lei, 51 anni, alle prese con l’ultimo esame prima della seconda vita, quella sequestrata sempre dal pensiero di domani: 86 su 100. Alessio e Maria Gariup non sono solo madre e figlio. Sono i protagonisti, sportivamente parlando, di un’impresa. A lui, poco dopo i tre anni, i medici hanno diagnosticato l’autismo. Lei, ragioniera e contabile in un’azienda, cinque anni fa si è licenziata per «non condannarlo a crescere sepolto vivo». «Non è stata una scelta facile — dice Maria — mio marito Stefano fa il magazziniere. Il mio stipendio serviva. Per pagare le bollette, a volte, ci hanno aiutato i miei. Da una parte c’era una possibilità su un milione di far vivere un figlio come gli altri ragazzi. Dall’altra la sua condanna ad una malattia che ti isola. Abbiamo deciso di tentare l’impossibile».

La famiglia Gariup vive a Moimacco, in Friuli. Conosce l’emergenza nascosta che in Italia emargina 100 mila bambini e 400 mila adulti, ignorati dalla scuola, dalla sanità e dallo Stato. Tremila euro al mese, il costo medio dell’assistenza di una persona colpita dall’autismo: 500 euro al mese la pensione d’invalidità. Dopo i 16-18 anni si smette di esistere, inghiottiti in un limbo. Qualcuno fa debiti. Qualcuno vende tutto. Qualcuno si arrende. Alessio e Maria invece hanno imboccato un sentiero nuovo: studiare e superare i limiti grazie alla bellezza delle cose se si sanno. «Anche per denunciare — dice — un sistema che non finanzia i servizi che sulla carta attiva. In Italia 1 ragazzo su 150 soffre di patologie dello spettro autistico. Per queste persone manca però un progetto di vita, figure che le seguano a scuola e nell’inserimento al lavoro. Uno straordinario giacimento di talenti finisce semplicemente bruciato». L’autismo è un disturbo pervasivo dello sviluppo neurologico. Compromette le relazioni con gli altri e limita la capacità di comunicare. Alessio, una volta adolescente, ne è risultato colpito in modo grave. Problemi di comportamento. Comunica ma non articola un discorso, scrive al computer ma risponde solo scegliendo una delle risposte che gli vengono presentate. «Cinque anni fa — dice Maria — doveva iscriversi alle superiori. Assistenza e sostegno, fino alle medie, lo avevano aiutato. Entrato nell’Istituto tecnico agrario “Paolino d’Aquileia” di Cividale, sono emerse le difficoltà. Gli educatori continuavano a cambiare, le figure non erano formate, la scuola non poteva assicurare una presenza costante. Mancanza di fondi: ho capito che dovevo fare da sola». Per questo si è licenziata e si è iscritta a scuola, come un’allieva normale. Ha abbandonato il lavoro ed è tornata indietro di trent’anni. Si è messa in banco con il figlio e ogni giorno, per cinque anni, l’ha accompagnato in palestra, nelle aule-laboratorio, nel caseificio, nel frantoio e nella cantina vinicola dell’istituto.

La scelta di Maria: “Io tornata sui banchi per mio figlio autistico”

Maria e Alessio Gariup al lavoro

La scelta di Maria: “Io tornata sui banchi per mio figlio autistico”

Maria e Alessio Gariup nel caseificio dell’istituto agrario

Compagna di classe. «Con il tempo — dice — ho fatto una scoperta sorprendente: se vivi davvero, è bellissimo. All’inizio Alessio ed io eravamo soli. Presto ci siamo ritrovati vicini i compagni di scuola, i professori, il personale dell’istituto. Tutti lì, a dare una mano. Non ci hanno regalato niente, ma hanno voluto partecipare alla nostra scommessa». Superare la maturità sembrava una follia. Non ad Alessio, che sui libri ha scoperto la sua memoria prodigiosa. Fino all’autunno, quando Maria ha intuito che per farcela serviva qualcosa di più. Sono stati i docenti a proporle l’impossibile: affrontare anche l’ultimo esame, dopo quelli integrativi sostenuti da privatista, assieme al figlio. È successo, primo caso in Italia. Madre e figlio diplomati nella stessa classe, mentre tutti consigliavano di lasciar perdere perché «un ragazzo autistico non può avere dei sogni come tutti gli altri».

«Ho imparato — dice Maria — che se le famiglie non reagiscono vengono emarginate come i loro figli. Nessuno suona alla porta per chiedere come stai. È terribile. La scuola dell’obbligo finisce e migliaia di giovani vengono risucchiati nel buio. Per loro non esiste un pubblica piano esistenziale, l’affiancamento al lavoro, incentivi a chi assume, un sostegno medico». Oggi Alessio lavora in un’azienda vitivinicola. Pulisce e fa i lavoretti. Ma è come se frequentasse l’oratorio. Nessun incarico e nessun compenso, altrimenti perde l’indennità mensile. Prospettive zero. «È assurdo — dice Maria — ma la via d’uscita la troveremo un’altra volta noi. L’ultimo sogno è una piccola impresa agricola, tutta nostra. Questione di dignità: ci stiamo lavorando, so che ci riusciremo». Dopo l’esame, per la prima volta, Alessio ha sorriso. Aveva capito tutto, da molto tempo.

 


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