ROMA – Il titolo è: “La noir de…” (“La nera di…”)  girato nel 1966 da Ousmane Sembène, regista senegalese. E’ il primo film di un’interessante rassegna cinematografica dedicata all’Africa, in corso al Circolo ARCI  “30 Formiche”, in via del Madrione 3, a Roma, che coprirà l’intero mese di febbraio, con una proiezione a settimana. Fedele al suo impegno di proporre diverse forme di espressioni artistiche indipendenti, attraverso le quali scoprire le molte complessità del nostro tempo, i complicati processi di integrazione tra culture diverse, il Circolo “30 Formiche” richiama l’attenzione su linguaggi cinematografici “lontani”, che in questo “mini-festival” africano – vengono, anche se solo parzialmente, rappresentati. La rassegna è stata ideata e curata da Alessio Giammarino, Alessio Giuffrida, Simone Ferrera e Fabrizio Ciavoni

Il programma delle prossime proiezioni.
– Mercoledì 6 febbraio
“La nera di…” di Ousmane Sembène 1966 (Senegal)

– Mercoledì 13 febbraio
“Samba Traoré” di Idrissa Ouédraogo 1992 (Burkina Faso)

– Mercoledì 20 febbraio
“Iene” (titolo originale: “Hyènes”) di Djibril Diop Mambéty 1992 (Senegal)

– Mercoledì 27 febbraio
“Timbuktu (Le chagrin des oiseaux)” – di Abderrahmane Sissako 2014 (Mauritania)

“La nera di…” (“La noir de…). E’ considerato il primo vero film africano e presentato al Festival di Cannes dello stesso anno. Vincitore del “Premio Jean Vigo”, per la prima volta assegnato a un regista non francese, Sembène, riesce a portare sullo schermo l’Africa, mettendo al centro della narrazione la propria gente. La forte carica politica di questo film nasce con un intento di denuncia verso la politica postcoloniale in Africa e, visto nel 2015, mostra una storia senza tempo che racconta gli immigrati alla ricerca di fortuna, in luoghi sognati e idealizzati, ma che tradiscono immediatamente le loro aspettative.

La storia. Sembène scrive una storia semplice e lineare, ma dai tratti universali molto forti. Il film nasce da una novella contenuta nel libro Voltaïque, scritta dallo stesso regista nel 1962. Diouana è la nera di Dakar. Sogna la Francia, di diventare una di quelle donne delle riviste, dai vestiti ricercati e le scarpe di classe. Per sfuggire alla povertà si fa assumere da una donna francese come bambinaia, e così diventa la nera di proprietà di una coppia europea. Infatti, una volta arrivata in Europa, si ritrova a lavorare come domestica in una casa abitata da persone altezzose e crudeli, che la tengono letteralmente segregata. Un lavoro che sembrava un sogno, diventa in realtà un susseguirsi di umiliazioni, che culminano nella scena in cui un uomo la bacia per provare l’ebrezza di una donna nera. Durante la sua vita francese si intristisce, ripensa all’Africa e alla propria libertà, e cerca una via di fuga alle continue vessazioni.

Le nuove forme di schiavitù. La vita francese di Diouana scorre lentamente tra la cucina, il soggiorno, il bagno e la camera da letto, chiusa una casa fredda e dai netti contrasti. Nelle immagini dei lunghi flashback della più felice vita in Africa il bianco e nero appare più caldo e accogliente, gli spazi si aprono e si respira un senso di libertà. Il contrasto tra Senegal e Francia si concretizza nelle due figure femminili, la protagonista e la padrona. Diouana delusa rincorre il suo sogno, ma la sua padrona costantemente la riporta al suo ruolo di inferiorità, con insulti e privazioni. Un film che racconta le nove forme di schiavitù senza preoccuparsi di mascherare metaforicamente i fatti. Una denuncia costante, che si distingue soprattutto per il personaggio di Diouana, simbolo universale di un intero popolo. Considerata ignorante e incapace di comprendere il francese, viene costantemente azzittita nel suo essere, privata letteralmente delle parole. In queste condizioni la donna perde fisicamente le parole, ritrovandosi a convivere con i suoi pensieri sotto forma di voce interiore. La storia di Diouana diventa quindi una storia universale, che Sembéne ha scritto per il proprio popolo, con un forte intento didattico. Ma anche un manifesto di denuncia delle moderne forme di schiavitù e a distanza di anni mantiene ancora la sua forza.
 


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