Spoiler: questa storia è piccola piccola, ma finisce nello stesso modo in cui spesso, troppo spesso, finiscono le storie delle grandi opere pubbliche in Italia. Con lo spreco, l’inutilizzo e il gioco dello scaricabarile.
Dunque, i fatti. All’ingresso del molo Favaloro di Lampedusa, quello dove vengono portati i migranti intercettati dalle motovedette della Capitaneria di porto e della Finanza, c’è un parallelepipedo in muratura che contiene tre bagni pubblici nuovi di zecca. Uno per le donne, uno per gli uomini, uno per i portatori di handicap. Sono “i bagni di Bartolo”, nel senso che li ha voluti e ottenuti Pietro Bartolo, il famoso medico dell’isola, quello che nel film “Fuocoammare” visita i profughi al buio aiutandosi con la luce di un telefonino. Bartolo chiese i bagni all’allora premier Matteo Renzi quando venne in visita a Lampedusa nel 2016, e dopo poco glieli costruirono. La struttura è perfettamente funzionante, gli scarichi sono collegati alla rete fognaria, l’impianto di illuminazione è attivo, ci sono la canala sul tetto per drenare l’acqua e due finestre di areazione. I bagni di Bartolo sono stati ultimati e collaudati nel luglio del 2017, ma da allora nessuno li ha potuti usare. Le tre porte sono rimaste chiuse. Chi conserva la chiave – attualmente la Facilities Service di Palermo che gestisce l’hotspot dell’isola – non sa che farci e non sa come manutenerli. Nel dubbio, sono rimasti chiusi e inutilizzati. Un piccolo, e simbolico, spreco.

“Renzi mi chiese cosa poteva servirmi – racconta Bartolo –   io gli dissi che, sul molo Favaloro, avevamo bisogno di aggiustare la banchina, di un sistema di illuminazione, e di bagni. Questi ultimi erano necessari, soprattutto per le donne: troppe volte ho visitato migranti che, dopo la lunga traversata in condizioni disastrose, stavano male e presentavano i sintomi del ‘globo vescicale’. Con i bagni avremmo dato loro un luogo dignitoso dove fare i propri bisogni appena sbarcati”. E Renzi glieli ha fatti. Dopo neanche un mese si presentano da Bartolo due ingegneri della Protezione Civile per capire come e dove farli, il medico li porta dal sindaco Giusi Nicolini e nel luglio del 2017 i tre interventi chiesti da Bartolo vengono completati. “Tutto il lavoro sul molo – ricorda l’ingegner Maurizio Costa, della Protezione Civile – costò circa 250.000 euro. I bagni sono sul demanio pubblico e noi li abbiamo consegnati alla prefettura di Agrigento”. Da lì in avanti, però, il destino della struttura finisce nella nebbia.

A quanto risulta a Repubblica, le chiavi vennero affidate all’allora gestore del centro di contrada Imbriacola, l’Associazione temporanea di imprese composta dal Consorzio Opere di Misericordia e la Croce Rossa Italiana. Il problema, però, era che i tre bagni non andavano solo aperti al momento degli sbarchi, ma andavano anche puliti, e il capitolato d’appalto della prefettura per la gestione del Centro non prevedeva niente per questo servizio. Quindi sono rimasti chiusi. E tutti i migranti arrivati nel frattempo sull’isola, hanno dovuto fare i propri bisogni in uno spiazzo ristretto tra la parete esterna dei bagni e la rete di recinzione del molo.
Da agosto di quest’anno l’hotspot è gestito dalla Facilities Service di Palermo. Sono loro, adesso, ad avere le chiavi. Ma i bagni rimangono chiusi lo stesso. “Nessuno ci ha detto cosa farne – spiega Giovanni Taormina, delegato in loco della ditta – e nemmeno nel nostro capitolato d’appalto ci sono voci al riguardo. Siamo in attesa. Comunque non abbiamo più arrivi di migranti consistenti come un tempo, al massimo una quindicina alla volta e li portiamo subito al nostro Centro”.

E’ vero che i flussi non sono più quelli del periodo della Primavera Araba, però Pietro Bartolo, che è uomo pratico e bada al sodo, continua a ritenerlo uno spreco irragionevole. Sono lì, fatti e funzionanti, eppure chiusi da un anno e quattro mesi. “Il prefetto di Agrigento mi ha detto che avrebbe sistemato la cosa, ma ancora niente si muove. Arrivano i tunisini, che non sono in condizioni disastrose come gli altri, ma hanno comunque bisogno di andare in bagno dopo lo sbarco. E anche ai tredici eritrei che per motivi di salute vennero fatti scendere dalla nave Diciotti e portati qui, quei bagni avrebbero fatto comodo”.
 


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Mario Calabresi
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