La scossa ci svegliò alle 3:32. “Questo è l’Abruzzo” dissi a voce alta. Se è Abruzzo, magnitudo alta, molto alta. Raccolto un collega, alle 5 atterriamo nel casello di Aquila Ovest, dopo un balzo formidabile sul giunto del viadotto, sconnesso dal terremoto ed invisibile al buio. Non è ancora l’alba quando arriviamo a Santa Rufina. La prima persona che incontriamo è un ragazzo albanese e non capisco se il suo italiano stentato è causato dallo spavento. In uno slargo dove la popolazione di Santa Rufina si è radunata c’è compostezza, silenzio, sguardi assenti. Molte abitazioni sono gravemente lesionate, calcinacci e tegole crepitano sotto gli scarponi come neve ghiacciata. “Santa Rufina ottavo”, comunico alla Sala Operativa, “ottavo Mercalli”.

L'Aquila: "La notte in cui ci ritrovammo come sotto alle bombe"

Onna. Foto di Paolo Galli

Comincia ad albeggiare. A Roio Piano un’auto sepolta dalle macerie impedisce l’accesso. Entriamo a piedi, scoprendoci un passo affrettato e nervoso, non solo per paura di altri crolli. Più la luce rivela gli squarci in quelle antiche case di pietra, più aumenta la consapevolezza del disastro. Molti vecchi edifici presentavano crolli parziali delle murature e dei tetti, quasi tutti erano lesionati e tra quegli edifici fantasmi, altri fantasmi impolverati, inseguiti dai nostri incerti rimproveri, si affrettavano per recuperare qualche bene dalle case da cui erano fuggiti poche ore prima. “Qui è successo qualcosa”, ci dice una ragazza: “In questa casa ci stavano due vecchi, non li abbiamo visti in giro”. Ma la casa dall’esterno sembra intatta. Con una scala troppo corta raggiungiamo la finestra del primo piano, ma riusciamo solo a sporgere lo sguardo, intravvediamo il soffitto semi crollato. Una polvere grigia, densa ha avvolto ogni cosa; “forse quello è un letto”, è buio, non si capisce. Usiamo la fotocamera digitale a modo di periscopio, scattiamo una foto col flash, un’altra, e allora, progressivamente, si compone un’immagine indimenticabile, tragica e composta nello stesso tempo. Sul letto, sotto un catafalco funebre di polvere e macerie, due corpi immobili giacciono per sempre, mentre io affondo nella commozione di chi, senza volerlo, ha violato un precoce sepolcro nuziale.

L'Aquila: "La notte in cui ci ritrovammo come sotto alle bombe"

Poggio di Roio. Foto di Paolo Galli

A Poggio di Roio notiamo con stupore danni agli edifici in cemento armato, tamponature esplose, pilastri fiaccati dalla scossa, ferri piegati e divelti. Carichiamo in auto un’anziana signora invalida e la portiamo presso l’abitazione dei figli. Ci raccontano della scossa infinita, della fuga e ci indicano la parte alta del paese, quella antica, non visibile dalla strada. Raggiungiamo il nucleo storico con l’unica strada di accesso, cerchiamo di convincere le persone a spostare le auto per consentire l’accesso ai vigili del fuoco. “Quali vigili del fuoco?”, ci chiedono; qui sono le 6.30 e ancora non si è visto nessuno; “dentro il paese ci sono persone sepolte sotto le macerie”. Decidiamo di entrare, scalando mucchi di pietre più alti delle case, tra travi, macerie, auto contorte, squarci improvvisi di quotidianità violate, cavi elettrici, tubi. Mi sembra un bombardamento, anche se non ne ho mai visto uno dal vivo; non vedo una sola casa risparmiata, tutto è crollato o sta per crollare. In quella che era forse una piazzetta, un’auto nuova sta intatta tra le rovine, coperta da uno strato di polvere fine come borotalco. La ritroverò un mese dopo, nella medesima posizione forzata, ma lucida e splendente nel suo blu elettrico. Il proprietario è venuto a lavarla, con cura, ma non potrà mai tirarla fuori da quel groviglio acuminato di muri, travi e pilastri.

L'Aquila: "La notte in cui ci ritrovammo come sotto alle bombe"

Poggio di Roio. Foto di Paolo Galli

Proseguo il percorso di guerra e mentre osservo attraverso una parete abbattuta un vecchio fonografo a trombetta rimasto in piedi, appoggiato chissà dove, tra le rovine di una stanza, odo delle voci pacate e dei colpi ritmati. Vengono da sopra un altro tetto di cemento che ha schiacciato tutto quello su cui era stato appoggiato, una casa intera. È una scena irreale, sospesa tra la tragedia ed un quadro di Magritte. Un uomo con un piccone, le gambe a cavallo del colmo del tetto, cerca di aprire un varco nel cemento, ma non riesce nemmeno a scalfirlo. Un metro più in basso, da sotto il tetto, sopra un cuscino insanguinato sporge una mano pallida, le unghie rosse curate; e da sotto quel mucchio di dassi una voce urla soffocata: “Piera Piera Piera, Piera resisti”; “non ce la faccio, non ce la faccio più”, risponde Piera. È una montagna quella che li sovrasta, un monolite di cemento armato, la piramide di Giza e loro sono lì sotto, schiacciati tra il letto dove dormivano e il tetto che come una pressa ha sbriciolato tutta la casa.

Non riesco a togliere neanche una pietra da lì sotto, lo sconforto mi assale. Mi attacco al telefono, la nostra Sala Operativa non capisce perché urlo così: “servono delle squadre con i martinetti pneumatici, ma martinetti a mano, non possono avvicinarsi con i mezzi, devono sollevare un tetto, si un tetto intero”, urlo. Sono le 6.30 del mattino del 6 aprile e Piera sta morendo. Morirà. Ho letto un giorno il suo nome tra quelli pubblicati da Il Centro per Poggio di Roio. L’ho cercato, sperando di non trovarlo. E quando l’ho trovato sono morto anch’io, un poco.


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