ROMA – Qualche decennio fa, il sociologo Edgard Morin profetizzò il valore massimo “dell’imparare a imparare”, perché nelle nostre società in rapidissimo mutamento i bisogni del “sapere” erano destinati a moltiplicarsi. Tra questi “saperi” oggi essenziali vi sono l’alfabetizzazione e le competenze finanziarie. Non perché viviamo in un mondo di Paperoni, piuttosto perché l’inclusione finanziaria (accesso al credito, gestione del risparmio, sua tutela, ecc.) rientra nei diritti di cittadinanza e consente la partecipazione attiva alla vita economica del paese in cui si vive o ove si hanno le proprie origini. Non tutti però, sono titolari di questi diritti, o non lo sono abbastanza. Tra le categorie “svantaggiate” vi sono i soggetti vulnerabili della società e, tra questi, i migranti, in particolare le donne migranti.

Comportamenti e bisogni di 4 comunità femminili. Nasce da questa considerazione l’idea di analizzare, in una tavola rotonda che si è svolta all’IFAD –  organizzata da Aspen Institute Italia, in collaborazione con WE Women empower the World e con il sostegno del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione internazionale –  i comportamenti e i bisogni di quattro comunità femminili migranti presenti in Italia e provenienti da Filippine, Ucraina, Senegal e Marocco. L’analisi serve a capire come rafforzare la loro emancipazionre economica e finanziaria e come questo – nel caso delle donne – possa produrre effetti moltiplicatori positivi non solo sulla loro condizione e integrazione nel Paese di arrivo, ma anche sullo sviluppo del Paese di provenienza, attraverso l’impiego delle rimesse come elemento di stabilizzazione e pacificazione in realtà statuali, spesso segnate da una forte instabilità sociale ed economica.

La fotografia che emerge dal Rapporto. Un Rapporto commissionato per l’occasione al CeSPI e realizzato anche con contributi di ABI e IFAD, mostra una sostanziale disparità ”finanziaria”  tra uomini e donne migranti. Secondo i dati dell’Osservatorio Nazionale sull’Inclusione Finanziaria dei Migranti, esiste uno scarto negativo tra i migranti maschi e femmine giunti in Italia che oscilla tra i 2 e i 9 punti percentuali riferito a tutti gli indicatori di inclusione finanziaria come la titolarità di un conto corrente che vede un 83% di uomini titolari rispetto a meno del 60 % di donne. Tuttavia, analizzando le diverse comunità, il quadro che emerge è molto più complesso. Le ucraine mostrano un tasso di “bancarizzazione” molto più elevato di quello dei loro connazionali maschi immigrati (99% contro il 55%), le donne filippine una sostanziale parità (68% a fronte del 67%). A favorire la maggiore inclusione finanziaria delle donne di queste due comunità vi è la loro collocazione economica e il fatto di essere state spesso le prime, all’interno della famiglia, o le uniche ad aver intrapreso un percorso di migrazione. Diverso il caso delle donne del Senegal, che vivono una condizione di maggiore precarietà lavorativa o delle marocchine che, pur gestendo il risparmio all’interno della famiglia, hanno una posizione lavorativa “debole” e sono spesso giunte in Italia al seguito del familiare maschio mantenendo da esso una sostanziale dipendenza.

Il forte gap salariale. In tutte le quattro comunità, si rileva, comunque, un forte gap salariale femminile rispetto ai connazionali maschi (meno 24 % e nel caso di marocchine e senegalesi il differenziale è ancora maggiore). Tuttavia i minori redditi delle donne non si traducono in minori risparmi. La loro capacità di gestione economica fa si che risparmino quanto gli uomini –  mediamente il 36% dei redditi –  destinandoli a un doppio impiego; in Italia e nel paese di origine. Il risparmio segue le rotte della loro vita “sospesa tra due mondi”, spesso incerta su un progetto futuro. Restare o tornare? Nel dubbio i soldi vengono in parte accantonati in Italia, in parte prendono la strada del paese di origine sotto forma di rimesse che servono a mantenere la famiglia “allargata”, ma anche a intraprendere piccole attività imprenditoriale, o per l’acquisto della casa o per modesti investimenti finanziari diventando di fatto un volano di sviluppo dove sono spesso le donne – in virtù della loro attenta propensione al risparmio – ad avere un ruolo chiave.
Le migranti e i loro soldi come elementi di pace e sviluppo?

Un nesso non azzardato. Anche loro, con le loro fatiche, i loro distacchi, i loro ritorni, sono necessarie a realizzare la Risoluzione delle Nazioni Unite 1325 su “Donne, Pace e Sicurezza”, il terzo Piano D’Azione nazionale ad essa collegato e di cui la tavola rotonda ospitata dall’IFAD è parte, e a rendere possibile l’Agenda 2030 per uno Sviluppo Sostenibile. Serve, però, compiere ancora un passo: dare strumenti e un’“alfabetizzazione” finanziaria pensati per loro, per le donne che con il loro lavoro alleggeriscono le nostre vite e migliorano quella dei familiari lontani. Se è vero, come scrive Nicola Daniele Coniglio in “Aiutateci a casa nostra” (Laterza) che le persone “quando migrano modificano i sistemi economici di partenza e di arrivo in modo complesso”, questo è tanto più vero per le donne.

* Vichi De Marchi Direttrice WE – Women empower the World  


L’approfondimento quotidiano lo trovi su Rep: editoriali, analisi, interviste e reportage.
La selezione dei migliori articoli di Repubblica da leggere e ascoltare.

Rep Saperne di più è una tua scelta

Sostieni il giornalismo!
Abbonati a Repubblica


SITO UFFICIALE: http://www.repubblica.it/rss/solidarieta/rss2.0.xml