Adottare ordinanze sindacali sulla base della presunta pericolosità dei richiedenti asilo costituisce “molestia discriminatoria per ragioni etniche e razziali”. Con questa motivazione il tribunale di Milano ha condannato tre Comuni della Valle dell’Adda che nei mesi scorsi avevano varato ordinanze penalizzanti nei confronti dei cittadini e delle strutture disponibili a dare accoglienza ai migranti. Uno dei tanti cavilli che, da una parte all’altra d’Italia, tendono a rendere la vita sempre più difficile agli immigrati e a chi vuole aiutarli.

Nell’estate dell’anno scorso i sindaci leghisti dei comuni di Inzago, Cologno Monzese e Gallarate avevano emesso ordinanze che imponevano una serie di oneri ai proprietari di immobili che intendessero affittarli, o metterli a disposizione, di associazioni che avevano l’obiettivo di aiutare i richiedenti asilo. Secondo il tribunale civile di Milano quei provvedimenti  trasmettono “il concetto che l’accoglienza di migranti richiedenti asilo (come tali regolarmente soggiornanti sul territorio dello stato) metta in pericolo di per sé la salute pubblica”. Una posizione, quella dei sindaci lombardi, che “ha avuto l’effetto, indiretto, di violare la dignità e offendere le persone destinate a essere ospitate in ragione della loro provenienza etnica e nazionale, alimentando il clima di sospetto, intimidatorio, ostile ed umiliante nei confronti dei richiedenti asilo”.

Accogliendo il ricorso dell’Associazione studi giuridici sull’immigrazione (Asgi), di Avvocati per niente onlus e del Naga, il tribunale ha anche condannato i Comuni a pubblicare la decisione e a risarcire il danno.

“Una sentenza che lascia sbalorditi – dicono Paolo Grimoldi, deputato della Lega e segretario della Lega lombarda e il consigliere regionale Giovanni Malanchini – Il testo dell’ordinanza era chiaro, comprensibile e condivisbile da tutte le persone dotate di buonsenso. Con questa ordinanza i sindaci della Lega hanno voluto opporsi al business milionario dell’accoglienza – spiegano – che ha scaricato sui Comuni tutti i problemi, pretendendo semplicemente di non essere scavalcati in passaggi di questa importanza nella vita quotidiana delle comunità locali da loro amministrate”.

 


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Mario Calabresi
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