Quelle grandi buste di plastica deve averle scambiate per calamari, inghiottendole – pranzo assai indigesto – nel mare di Ischia. Le hanno ritrovate nello stomaco, insieme a un filo di nylon particolarmente spesso. Così Leopoldo, il capodoglio di 8 metri spiaggiatosi la mattina della vigilia di Natale lungo il litorale nord-occidentale dell’isola, ha portato con sé un messaggio che nessuno, qui, è disposto più a ignorare. «E’ sempre più chiaro il rischio al quale sono esposte le specie di cetacei che abitano il nostro mare», evidenzia Andrea Meloni, comandante della guardia costiera di Ischia, che ha coordinato le operazioni di recupero della carcassa, che sarà ora interrogata dagli esperti per comprendere come e perché Leopoldo abbia smesso di nuotare, tutt’a un tratto. 

«Per le sue quantità il rinvenimento della plastica emersa nella necroscopia non sembra direttamente responsabile del decesso», sottolineano gli esperti. Ma quei velenosi bocconi sintetici sono un monito importante per l’isola che sta provando a proteggere il proprio mare da scarichi illegali, inquinamento e diportismo selvaggio. E il “martire” Leopoldo, il cui scheletro sarà lavorato per essere esposto in futuro nel museo di biologia marina del Dohrn di Napoli, diventerà un promemoria, come conferma il sindaco di Forio, Francesco Del Deo: «Da un evento funesto, troveremo idee e forza per rilanciare la tutela del mare». Per spiaggiarsi Leopoldo ha scelto i romantici Scogli degli Innamorati, dove le coppiette ammirano il tramonto: eros e thanatos, Freud docet. Per il suo funerale s’è riunita a Ischia una task force che ha prima spostato la carcassa e poi recuperato tessuti e campioni che spiegheranno i perché del decesso. Al lavoro – con il Comune di Forio –  l’Anton Dohrm e l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Mezzogiorno, il CERT e il CREDIMA, la Federico II, l’Area Marina Protetta, Oceanomare, Nettuno Lavori Subacquei e Acquavet, protezione civili e vigili urbani.

«Mica è la prima volta che si spiaggia una balena», minimizza un pescatore. «Solo che una volta le portavamo a largo e le inabissavamo». Tutti raccontano del cosiddetto mostro di Citara, per esempio, che si spiaggiò nel 1770, «un pesce mostro  – come lo definì lo storico D’Ascia – che chiamarono Cachelotto: si spesero ducati 306.56 per distruggerlo e furono impiegati 637 persone per giorni 17. Si estrassero de’ disegni, e si fecero dipinte figure per le autorità dell’isola». Era un capodoglio, proprio come Leopoldo.  Altri tempi: oggi l’attualità obbliga a fare i conti con il marine litter, l’inquinamento da plastica: a novembre un cugino indonesiano di Leopoldo è stato trovato morto con 115 bicchieri monouso, 25 sacchetti di plastica, infradito, bottiglie e nylon. Una scorpacciata letale, lo stomaco come una discarica: Collodi aveva visioni più romantiche.  

«C’è una zona dell’Area Marina Protetta Regno di Nettuno che intercetta le rotte dei cetacei, limitando diportismo e pesca – spiega il direttore Antonino Miccio – e per arginare il problema della plastica abbiamo varato il progetto “In rete”: i pescatori diventano spazzini del nostro mare». Limitare le plastiche per salvare i cetacei, e non solo: il golfo di Napoli è un hotspot, vi transitano 8 specie di mammiferi marini, dalle stenelle ai tursiopi, dalle balenottere ai capodogli.

«Prediligono  il canyon sottomarino di Cuma. – spiega la cetologa Barbara Mussi, presidente di Oceanomare Delphis, che li monitora dal 1991 – Noi li studiamo e li fotoidentifichiamo, vengono volontari da tutto il mondo per osservarli». Una vera e propria star, tra gli 80 esemplari inseriti nel database, è Brunone, particolarmente affezionato a Ischia: avvistato per la prima volta nel 2004 e poi “ricatturato” per 15 anni, c’è chi vorrebbe farlo cittadino onorario. Prima, però, bisogna assicurarsi che non faccia una scorpacciata di plastica.

 


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