ROMA – Qaser Bin Ghashir. 25 chilometri a sud di Tripoli. Sui muri del centro di detenzione i loghi del Dipartimento per la lotta alla migrazione illegale. Circa 600 rifugiati, la maggior parte registrati dall’UNHCR sono rimasti intrappolati sulla linea del fronte. Il gruppo include principalmente Eritrei e Sudanesi, alcuni rinchiusi in Libia da ormai due anni. “Tutto è cominciato con la battaglia di Sabratha nel 2017 e gli attacchi alla milizia di Ahmed al-Dabbashi – anche conosciuto come Al-Ammu (lo zio) – e descritto in un rapporto delle Nazioni Unite come uno dei massimi facilitatori del traffico in Libia. Siamo scappati da Sabratha, poi ci hanno spostato come merce, prima a Gharian e infine a Tripoli. Questa non è la prima volta che ci ritroviamo sulla linea del fronte. Ora ci vogliono riportare a Gharian, noi chiediamo di essere evacuati!”

L’unica soluzione tornare nei campi sfollati del Chad. Tra le voci del Darfur raccolte nei centri di detenzione di Tripoli c’è quella di Mohamed, 24 anni, cresciuto in un campo sfollati in Chad e imprigionato dal 2017. Spostato da un centro all’altro, sopravvissuto due anni nel deserto mentre raccoglieva l’oro in Ciad, nella regione montuosa del Tibesti, al confine con la Libia: “I rifugiati del Darfur sono abbandonati dall’UNHCR. Non ti sembra una ragione sufficiente per dare alle milizie libiche l’opportunità di sfruttarli e trasformarli in combattenti nel conflitto? Qualche settimana fa, l’UNHCR ci ha chiesto se volevamo ritornare nei campi sfollati in Chad.” La proposta è stata confermata dall’ufficio delle Nazioni Unite di Tripoli che da diversi mesi, mentre le evacuazioni si fanno sempre più ridotte, sta esplorando il ritorno nel primo paese d’asilo. L’UNHCR a Tripoli la considera un’alternativa, ma l’opzione non rappresenta una soluzione per i rifugiati sudanesi cresciuti nei campi sfollati al confine con il Chad.

Nei centri di detenzioni ci sono arsenali di armi. Negli ultimi giorni, l’intensificarsi dei combattimenti nella zona a sud di Tripoli ha riacceso la paura di essere utilizzati come combattenti. Secondo il racconto di diversi rifugiati, durante gli scontri che hanno coinvolto Tripoli sia a settembre, che tra dicembre e gennaio, mentre gli scontri tra gruppi armati rivali si intensificavano, sono stati obbligati a spostare e impacchettare grandi quantità di armi e in alcuni casi ad accompagnare le milizie direttamente sul fronte. Mitragliatrici pesanti, fucili m16, cannoni SPG-9 calibro 73mm; la lista continua e include artiglieria leggera e pesante. Un rifugiato del Darfur, scappato durante gli scontri lo scorso settembre e ora nascosto a Tripoli racconta al telefono: “In Libia, i rifugiati del Darfur sono stati sepolti vivi. Dopo essere stati lasciati nelle mani delle milizie, li hanno portati alla morte con il pretesto di proteggere lo stato dal terrorismo. Hai capito? Sono stato abbastanza esplicito?”.

Sparizioni forzate e violazioni dei diritti umani. Il centro di Qaser Bin Ghashir aveva cambiato più volte gestione. Fonti a Tripoli confermano che da quando la milizia di Tarhouna si era ritirata dall’area sud della capitale lo scorso febbraio, gli uomini che controllavano il centro di Qaser Bin Ghashir erano cambiati. Il vecchio direttore Abdulbaset Al-Nahas era stato fatto tornare con un pretesto. Non lo si vedeva nella zona dai giorni dei combattimenti. Era scappato in modo sbrigativo a metà novembre. E nemmeno i suoi uomini di Tarhouna si erano più fatti vedere nella zona di Qaser Bin Ghashir. “Lascia che ti racconti la verità. Non importa quanto siamo rimasti nelle mani delle milizie di Tarhouna o di quelle di Tripoli. Il nostro centro si trovava sulla linea del fronte, ed è stato utilizzato come base militare. Una mattina, hanno portato i prigionieri di guerra per giustiziarli. Hanno continuato a sparare sui loro corpi anche se erano già morti. L’ho visto con i miei occhi” – conclude Mohamed.

Da 2 mesi le famiglie aspettano notizie. Un altro gruppo di rifugiati, ora trasferito in un centro di transito nella periferia di Tripoli, conferma una dinamica di giochi di potere e sparizioni. Il 17 febbraio, 5 rifugiati registrati dall’UNHCR e originari del Darfur, sono stati presi con forza dal centro di Qaser Bin Ghashir e non sono mai più tornati. Le stesse famiglie in Europa e in Sudan, contattate telefonicamente lo confermano: non abbiamo più notizie. In una registrazione audio del 17 febbraio, la voce di un capo milizia associato al ministero degli interni a Tripoli ripete: “Io non sono come quel bastardo di Abdulbaset Al-Nahas e la sua milizia, che li uccide e li fa sparire. Li prendo perchè voglio interrogarli. Ringrazia Dio.”

Gli scontri fra le varie milizie. Qualche minuto dopo, 5 sudanesi vengono caricati con forza sui veicoli parcheggiati nel cortile del centro. Gli uomini a volto coperto della Forza Speciale di Deterrenza del governo di Unità Nazionale (note anche come RADA) escono dal cancello principale a bordo di due Toyota Land Cruiser dotate di lanciarazzi. Nella cattura viene prelevato con forza anche il direttore del centro di detenzione Abdulbaset Al-nahas. L’accusa: aver partecipato all’omicidio della moglie del potente capo Salah Marghani lo scorso 15 novembre. L’attacco alla famiglia di Marghani, condannato anche dalla Missione di Supporto delle Nazioni Unite in Libia, aveva riacceso, in realtà mai spenti, gli scontri tra le varie milizie. Nell’area del vecchio aeroporto – ancora una volta – i combattimenti erano ricominciati, provocando dozzine di morti e vittime.

Rifugiati utilizzati a piacere. Un operatore delle nazioni unite, che preferisce rimanere anonimo per ragioni di sicurezza, ha confermato che durante i precedenti combattimenti nella capitale, diversi centri di detenzione a sud di Tripoli sono stati travolti dal fuoco incrociato degli scontri tra milizie: Tariq al Matar, Tajoura, Qaser Bin Ghashir e Ain Zara. “I rifugiati venivano utilizzati per pulire i fucili dei miliziani, oppure obbligati a caricare le armi sui pick-up, o sotterrare le munizioni. In un centro, hanno addirittura seppellito i proiettili e le cartucce nel cortile.”

Mancanza di leadership e controllo sulle istituzioni. Secondo l’istituto del Cairo per i diritti umani, la mancanza di rispetto da parte dei gruppi armati delle norme e degli accordi nazionali e internazionali ha indebolito i tentativi di rafforzare le istituzioni libiche – comprese le autorità legislative, giudiziarie ed esecutive, ed in particolare le istituzioni che si dovrebbero occupare di sicurezza – che rimangono ancora fragili e disfunzionali. Lo scorso luglio, un rapporto pubblicato da Small Arms Survey sulle milizie di Tripoli, ha citato un comandante delle Forze Speciali di Deterrenza del governo: “Non possiamo agire come se il governo fosse in grado di darci ordini.”
 


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