TORINO – «Su di me c’è lo stereotipo dell’abusologo, quello che vede abusi dappertutto…». Prima di qualunque domanda è Claudio Foti a mettere le mani avanti e a dire quello che i suoi detrattori pensano di lui. Psicoterapeuta, fondatore del centro studi Hansel e Gretel di Moncalieri, alle porte di Torino, per tre settimane è stato agli arresti domiciliari, indagato nell’inchiesta “Angeli e demoni” della procura di Reggio Emilia su un presunto giro di abusi e di affidi familiari a Bibbiano, in Val d’Enza.

L’accusa di fare il lavaggio del cervello, l’accostamento alla vicenda di “Veleno”, l’arresto… Si aspettava che un giorno la sua attività potesse passare da tutto questo?
«Su di noi è stata gettata un’ondata di fango e di fake news. La semplificazione che è stata fatta è una distorsione grave di un lavoro lungo trent’anni rigorosamente a favore dei bambini e delle donne vittime di violenza: non tutti gli abusi sono inventati».
L’hanno definita un mostro.
«Non abbiamo il controllo su quello che pensano di noi. Capisco che io possa essere scomodo e non pretendo applausi. Ci stiamo riorganizzando, sto già scrivendo un romanzo, ci riprenderemo da questa botta».
Di cosa è stato accusato?
«Ero ai domiciliari con l’accusa infamante di aver condotto una psicoterapia “suggestiva e brutale” su una ragazza, di averla usata “come cavia”, quando invece era stato firmato un consenso informato. Il mio avvocato Girolamo Coffari ha prodotto al Tribunale della libertà 20 ore di sedute videoregistrate e sono stato liberato».
E rispetto alle accuse di lucrare sui presunti abusi?
«Andavo fino a Reggio Emilia per 500 euro a giornata incluse le spese, quando in una qualunque giornata di formazione posso guadagnarne il doppio o il triplo».
Secondo lei cosa ha convinto il giudice che l’ha scarcerata?
«Era tutto nelle immagini, nessuna persona onesta avrebbe potuto dire che ho manipolato il ricordo di quella ragazza. Il mio metodo è basato sull’ascolto empatico dei sentimenti dei pazienti, che mi portano le loro sofferenze».
È il “metodo Foti”?
«Non esiste un “metodo Foti”, c’è una vasta area della psicoterapia che ha questo approccio. Naturalmente nella comunità scientifica c’è conflitto e sono stato accusato, soprattutto dagli psicologi forensi, di costruire falsi ricordi di abusi in modo aprioristico».
Invece?
«Invece il mio lavoro è solo finalizzato alla guarigione dei pazienti. Con una premessa, però. Le statistiche dicono che una bambina su cinque è abusata sessualmente prima dei 18 anni».
Così tanti casi?
«Gli abusi nell’infanzia sono un fenomeno sottostimato. La società è turbata, non lo accetta e preferisce non vederlo. È la stessa ragione per cui chi toglie i bambini ai genitori viene attaccato, dalla società e anche da alcuni partiti, in nome del valore della famiglia e si giudica un business quello delle comunità. Se i genitori hanno delle carenze vanno aiutati, ma a volte non si può e allora bisogna togliere i figli».
Non può accadere che il lavoro “clinico” degli psicoterapeuti diventi decisivo in un processo?
Certamente bisogna fare attenzione al rischio di false accuse, specie nelle separazioni, ma il nostro compito è di far emergere i “falsi negativi”, ovvero quei casi i cui i bambini non riescono a dare voce ad abusi davvero subiti e non li esternano.Se poi i magistrati abdicano al loro ruolo e si fanno suggestionare dagli psicologi, non è un problema mio. Ma di solito il quadro probatorio vede anche relazioni dei servizi sociali, delle maestre… L’importante è che ogni caso vada visto a sé, senza ideologie. Noi non siamo forcaioli, tant’è che abbiamo anche progetti di rieducazione dei sex offenders».
 

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