ABBIAMO appena trascorso il mese più caldo da 140 anni a questa parte, il luglio più rovente, considerata la media di tutto il Pianeta, in cui la colonnina di mercurio si è avvicinata agli 1,2°C sopra il livello del periodo pre-industriale. È la prima stima dei dati della costellazione di satelliti del Copernicus Climate Change Programme, da parte dell’Unione europea. La Terra continua a scaldarsi (anche giugno era stato il più caldo) e l’obiettivo degli accordi di Parigi di contenere l’aumento entro i 2°C (ma sforzandoci di restare dentro 1,5°C) sembra sempre più lontano.

Il luglio più caldo

Luglio è generalmente il mese più caldo dell’anno, perché la maggior parte delle terre emerse, che contribuiscono a riscaldare l’aria vicino al suolo, si trova nell’emisfero boreale, dove è estate. Il luglio più caldo significa quindi anche il mese più caldo da quando sono disponibili i dati a livello globale, cioè dal 1880, con una temperatura 0.56° più alta rispetto alla media del periodo 1981-2010. Ha battuto, seppur di una frazione minima (0.04°C), il luglio 2016, che finora deteneva il record di mese più caldo mai registrato. Ma questo dato è allarmante perché tre anni fa ancora la temperatura globale risentiva degli effetti di un El Niño (il fenomeno climatico che ciclicamente ogni cinque anni innalza le temperature dell’oceano Pacifico) particolarmente intenso. Quest’anno gli effetti sono trascurabili, dunque l’aumento della temperatura ha un significato ancora maggiore.

L’ondata di calore

Si è abbattuta soprattutto sull’Europa occidentale, l’ondata di calore intenso che ha fatto registrare temperature record come in Francia, e ha contribuito al primato per questo mese secondo il rapporto del Climate change service dell’Unione europea. Fenomeni che, secondo un recente studio, sarebbero stati da dieci a cento volte meno probabili senza il contributo umano di emissioni di gas serra. Ma la mappa delle anomalie non riguarda solo il nostro continente. Alaska e parte di Groenlandia e Polo nord, così come parte della Siberia e di alcune regioni antartiche hanno segnato livelli più alti della media del trentennio (1981-2010) preso come riferimento.

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Il trend insomma è ben consolidato, gli ultimi quattro anni sono stati i più caldi di sempre (2016 in testa) e il 2019 rischia di superarli tutti. Gli effetti, forse mai come in questi mesi, sono stati così evidenti anche su scala globale. Gli incendi in Siberia e attorno al Circolo polare artico hanno devastato milioni di ettari di foreste e steppe inaridite dalla siccità. Il ghiaccio della Groenlandia, sciogliendosi, ha dato vita a una rete di fiumi di acqua dolce riversando miliardi di tonnellate di acqua dolce in mare. La regione ovest dell’Antartide continua a indebolirsi, con ghiacciai giganteschi pronti a scaricare nell’oceano quantità di ghiaccio terrestre (che quindi contribuisce all’innalzamento delle acque) in grado di elevare il livello dei mari anche di metri.

Fenomeni sempre più violenti

Ma ciò che ci tocca molto più da vicino, rispetto a orsi e ghiacci polari in disfacimento, sono i fenomeni atmosferici sempre più violenti, anche alle nostre latitudini. Ce ne accorgiamo ogni anno contando danni e vittime di temporali e trombe d’aria, delle cosiddette “bombe d’acqua”, precipitazioni intense improvvise e concentrate in tempi molto stretti. Questo perché temperature più alte significa molta più energia nell’atmosfera ma anche nel mare. E il Mediterraneo, così come l’Adriatico si sta scaldando molto più in fretta rispetto a tutti gli altri. Sono le gigantesche riserve che stanno accumulando calore, ma prima o poi presenteranno il conto, rilasciando lentamente, nel corso dei decenni, ciò che hanno immagazzinato.

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In Svizzera, qualche settimana fa, una alluvione ha investito il paese di Zermatt senza che dal cielo cadesse una goccia d’acqua. È stato lo scioglimento di un ghiacciaio a saturare un laghetto sotterraneo.

Il segretario generale dell’Onu: ”Agire subito”

Il monito è arrivato anche dal segretario generale delle Nazioni unite, António Guterres: “Se non agiamo contro i cambiamenti climatici adesso, questi estremi eventi meteorologici sono solo la punta dell’iceberg. E anche quell’iceberg si sta sciogliendo rapidamente. I più importanti scienziati ci dicono che dobbiamo limitare l’aumento delle temperature a 1,5° C se vogliamo evitare gli effetti più importanti del climate change. Dobbiamo tagliare le emissioni di gas serra del 45% entro il 2030”. Ma non ci sta riuscendo molto bene, visto che il 2018 ha superato ogni record per emissioni di CO2.

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Carlo Verdelli
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