MILANO – «Ci diceva: “Vi brucio tutto, vi brucio tutto, con voi dentro”». Quella terribile minaccia ripetuta più volte da Gianfranco Zani nei confronti della sua famiglia, diventata due giorni fa una tragica realtà, risuona ancora nella mente di Silvia, la donna di 39 anni che aveva deciso di separarsi dal marito, aggressivo e violento anche verso i loro tre figli. «Ho fatto di tutto per difenderli, ma non è bastato. Non mi hanno aiutato», ripete Silvia. L’incendio appiccato dall’uomo alla villetta di famiglia, a Sabbioneta, ha provocato la morte per asfissia del secondogenito, Marco, 11 anni. E ora la donna è nel reparto di Pediatria all’ospedale di Casalmaggiore, insieme agli altri due figli, di 17 e 4 anni, sotto shock.

La tragedia è stata l’ultimo atto di una escalation di violenze, dallo scorso giugno fino a pochi giorni fa, finite nelle denunce ai carabinieri e nelle segnalazioni dell’ospedale, dove il figlio 17enne si era recato per farsi medicare.

Lo scorso 9 novembre, di nuovo Zani inveisce in casa contro tutta la famiglia, è aggressivo anche coi figli, e Silvia riesce a filmare le violenze con il cellulare. Dopo l’ennesima denuncia, parte la richiesta di una misura cautelare da parte della procura di Mantova che però il gip decide di non applicare, optando per un provvedimento più blando: l’allontanamento da un raggio di cento metri dalla villetta di via Tasso. La famiglia, il 14 novembre, aveva chiesto anche di poter sostituire la serratura del cancello e della porta d’ingresso dell’abitazione. Un punto su cui non ci sarebbe stato un pronunciamento da parte del giudice, e che se fosse stato preso in considerazione avrebbe forse evitato la tragedia. «Al rientro a casa ho incrociato la sua auto, è tornato indietro e mi ha speronato — ricorda ora Silvia — . Mi sono diretta verso casa, dalle finestre usciva fumo. Ho cercato di entrare, ma era impossibile. Ha appiccato il fuoco nella stanza dove dormivo io».

LA GIORNATA DELLA VIOLENZA

Già prima del provvedimento del giudice, Gianfranco Zani — accusato di omicidio aggravato e incendio, ieri trasferito in Psichiatria per evitare gesti autolesionistici — dormiva altrove: dalla sorella, o in un capannone poco distante dalla villetta. Ma tornava spesso a casa.
«Da un mese non ci dava più denaro, così ho iniziato a cercare un lavoro, ma mi ostacolava, era geloso». Una settimana fa, senza che lui venisse informato, Silvia aveva depositato una richiesta di separazione.


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Mario Calabresi
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