Volevano a tutti i costi che la loro figlia interrompesse il rapporto con il suo fidanzato. Persona degnissima, ma appartenente a una casta inferiore alla loro. E’ per questo che madre e padre, indiani, hanno affidato la ragazza, 20 anni, a dei parenti con il preciso mandato di impedirle di vedere il giovane, senza farla uscire di casa e vietandole ogni comunicazione con lui. La giovane è rimasta segregata per alcuni giorni fino a quando qualcuno, ancora non è chiaro se nell’ambito della comunità indiana o qualche vicino di casa, ha avvertito gli investigatori della Squadra Mobile della Questura di Mantova che hanno cominciato a raccogliere informazioni. Ieri, con un blitz, hanno liberato la ragazza, in un abitazione dell’Alto Mantovano, dove è fitta la presenza di indiani che lavorano nelle aziende agricole, soprattutto come mungitori.

La ventenne, spaventata ma in buone condizioni fisiche, ha raccontato senza esitazioni davanti agli investigatori quanto le era successo: aveva conosciuto quel ragazzo, sempre indiano e coetaneo, e ne era nata una storia d’amore che la coppia avrebbe voluto coronare con un matrimonio. Ma la famiglia ha fatto di tutto perché non accadesse: il fidanzato apparteneva a una casta inferiore e la figlia non doveva più vederlo. Quindi, non solo nessun consenso alle nozze ma anche minacce di morte in più occasioni a lei e al fidanzato. Quando gli agenti hanno trovato la casa in cui era segregata hanno fatto irruzione e l’hanno liberata, senza che i parenti opponessero resistenza. Ora la giovane si trova in una residenza sicura, sconosciuta alla famiglia, per cercare di dimenticare l’incubo in cui era sprofondata. I genitori e le persone che li hanno aiutati a tenere segregata la figlia sono stati denunciati per sequestro di persona, minaccia e maltrattamenti in famiglia.

“Ancora una donna vittima di violenze che pensavamo superate da secoli, in Lombardia. Ancora una vittima di culture e usi che sono del tutto inconcepibili in uno stato come l’Italia”, afferma l’assessore alla Sicurezza lombardo, Riccardo De Corato, secondo il quale “ci sembra di rivivere, leggendo queste righe, le decine di altre storie di violenza patite da donne di fede islamica ma non solo, che tra Milano e la Lombardia sono trattate alla stregua di oggetti o poco più. Donne che subiscono ogni genere di angheria. E non sentiamo praticamente mai nessuna femminista, in occasioni come queste, che abbia l’idea di organizzare un pittoresco e colorato sit in. Da loro, solo silenzi tristemente assordanti”


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