Per avere un funerale e una tomba manca un ultimo passaggio: il test del Dna. Questo aspetta soprattutto la madre di Manuel Careddu, 18 anni, di Macomer, ucciso dai suoi cinque amici per un debito di droga. Per un mese la donna aveva lanciato appelli, invano. Nelle sue mani un solo indizio: il nome della ragazza con cui Manuel aveva un appuntamento il pomeriggio della scomparsa, l’11 settembre. La pista era giusta, si scoprirà dopo la svolta giudiziaria e i cinque arresti per omicidio premeditato e occultamento di cadavere. Il nome era quello della 17enne che gli investigatori considerano la mente del piano, organizzato nei minimi dettagli. Tutto parte dal debito di droga della minorenne nei confronti della vittima, e lo sgarro da parte di Manuel di aver reclamato quei soldi. Poi la decisione di liberarsi di lui, l’esecuzione, l’occultamento e il trasporto del corpo e il silenzio per un mese.

L’autopsia sul corpo è del super perito, il medico legale Roberto Testi, che ha già lavorato su casi importanti come quello di Cogne e Garlasco. A uccidere Manuel uno o più colpi alla testa dati con un piccone, poi finito a colpi di pala. Nessun taglio sul corpo, irriconoscibile, trovato non vicino al lago Omodeo (luogo del delitto e indicato dai fermati per depistare) ma in un terreno utilizzato dal padre di uno dei cinque, Cristian Fodde. La chiave delle indagini sono le intercettazioni a bordo dell’auto grazie alla microspia piazzata per indagare su un altro omicidio. Ed è in quei discorsi nell’abitacolo che spuntano altri nomi. Ed è sempre in quei dialoghi che, nei giorni successivi, emergono altre figure che probabilmente sapevano. Sul piano investigativo c’è la traccia di un sesto uomo: per le indagini, coordinate dal procuratore Ezio Domenico Basso e condotte dai carabinieri del Reparto operativo guidati dal colonello David Egidi e dal maggiore Mariano Lai, è un momento delicato.
 
Il viaggio verso il lago, il racconto surreale e le risate. I preparativi per l’omicidio sono vissuti dal gruppo come quelli per una normale serata. Gli attrezzi da caricare nel bagagliaio (piccozza, pala e motosega) e le corde “troppo grosse” per “strozzare” si mischiano alle chiacchiere sui soldi per la Coca Cola da prendere al distributore e le pizzette. Una volta in auto, Manuel, chiamato sempre ‘Manu’, viene convinto da un racconto surreale: i soldi li avrà, ma solo perché i suoi amici devono riscuotere un altro credito da un tipo solitario e losco che vive a bordo lago. “Ce l’hai presente la casetta dei Puffi, piccolina piccolina…”, dicono. Nella mezz’ora di percorso tutti contribuiscono alla versione, mai un tentennamento. Così descrivono il personaggio misterioso: “Lui è all’antica”. E ancora: “Sta bene dov’è, non gliene frega niente di niente. È solo, senza figli e senza moglie”.

Prima ancora con rocambolesche argomentazioni spiegano di dover lasciare i cellulari a un amico nel paese per non far agganciare le celle della zona del delitto, Soddì. Non un caso: ma uno dei dettagli più sofisticati del piano. Tentano quindi di convincere anche Manuel, ma non ci riescono. Lui non si fida: “Io me lo porto”. Mostra dei dubbi e ha paura di esser picchiato, ma lo rassicurano, e lui: “Lo sai che appena escono i soldi poi dobbiamo scappare”. Scherzano, gli offrono una sigaretta e continuano a costruire il racconto. Fino all’arrivo nella strada sterrata e alla sbarra di ferro, fine della corsa. C’è una voce fuori dall’auto che risponde al nome di “Giovà”, dice che bisogna scendere per prendere quei soldi. E Manuel scende. Poi il silenzio, interrotto solo dai singhiozzi della ragazza rimasta a bordo. Impiegano un’ora e mezza, dopo ci sono ancora momenti concitati: “Aprimi il cofano”, dicono alla ragazza. Si devono pulire i piedi e pensano a come disfarsi del cellulare. Subito mettono in moto e a più riprese chi guida chiede: “Dove sono gli altri?”.

Ma c’è ancora tempo di scherzare anche sulle ascelle che puzzano, dice la ragazza all’altro minore: “Quello è perché non ti lavi brutto ‘pudidò di m.”. Il giorno dopo nella stessa auto resteranno soli Cristian e la minore: “Dovevi vedere per credere, io me la rido. Non posso ridere?”. Lei: “No”.


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Mario Calabresi
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