ROMA – Honduras, Guatemala, El Salvador: è da qui che fuggono donne, uomini e soprattutto bambini e adolescenti, verso un Nord percepito come luogo di salvezza. L’UNICEF  ha appena diffuso dati aggiornati su questo gigantesco fenomeno migratorio nel Centramerica, che al momento non sembra avere possibili paragoni con altri in corso,  puntanto l’obiettivo sui bambini e gli adolescenti. Si legge nella nota: “Circa 15.500 giovanissimi migranti sono stati registrati dalle autorità messicane per la migrazione nei primi quattro mesi dell’anno, sono 130 al giorno secondo le ultime stime dell’Istituto Nazionale per le Migrazioni. Questa cifra rappresenta un aumento di oltre il 50% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. La maggior parte di questi bambini e giovani provengono da Honduras, Guatemala ed El Salvador, Paesi dove il tasso di omicidi adolescenziali è tra i più alti al mondo”.

“L’unica soluzione è fuggire verso Nord”. Il Messico è stato per decenni un Paese di origine, di transito e di destinazione per le famiglie in fuga dalla povertà, dalla violenza delle bande, dall’estorsione e dalle minacce di morte. “Qui – dice il direttore generale dell’UNICEF, Henrietta Fore – si accolgono anche i migranti che sono stati rimpatriati dagli Stati Uniti e questi ritorni continueranno. Se non si affrontano le cause profonde di questi flussi migratori, è improbabile che la situazione cambierà. A Tijuana, all’inizio di questa settimana – aggiunge la Fore – una giovane madre mi ha detto che una banda violenta nel suo quartiere di Guerrero, nel sud-ovest del Messico, continuava a minacciare di uccidere lei e il suo bambino a meno che non pagasse loro dei soldi. Le è rimasta una sola opzione: fuggire verso Nord. Con le sue stesse parole: voglio costruirmi una vita altrove. Se resto, mi toglieranno la vita”.

Le vicende di tutti quesi bambini. “I rifugi che ho visitato a Tijuana – ha affermato ancora Henrietta Fore – erano pieni di bambini e giovani che avevano storie simili: alcuni, come la madre single di Guerrero, aspettavano che la loro domanda di asilo negli Stati Uniti fosse esaminata. Altri sono stati arrestati mentre cercavano di entrare negli Stati Uniti. Altri hanno vissuto per la maggior parte della loro vita negli Stati Uniti, ma sono stati rimpatriati e ora devono affrontare un futuro incerto. Ovunque si trovino e qualunque sia la loro storia, questi bambini sono prima di tutto e soprattutto bambini. Hanno bisogno di essere protetti in tutte le fasi del loro viaggio migratorio”.
 
L’appello dell’UNICEF a tutti i Paesi.
– Privilegiare l’interesse superiore dei bambini nell’applicazione delle leggi e delle procedure in materia di immigrazione;
– Mantenere le famiglie unite;
– Trovare alternative alla detenzione dei bambini in base al loro status migratorio, come le famiglie affidatarie o le case famiglia.
“Un approccio di successo per la crisi migratoria in America centrale – afferma la responsabile dell’organizzazione umanitaria – richiede l’impegno e il coordinamento di tutti i paesi coinvolti. Solo così potremo affrontare collettivamente le cause profonde della migrazione, identificare, realizzare e difendere le opportunità future per i bambini e i giovani e difendere i diritti dei bambini che migrano”.

Il ruolo della commissione per l’America Latina. Il Piano di Sviluppo Globale che il Messico, ha coordinato insieme alla Commissione economica per l’America latina e i Caraibi (ECLAC), può svolgere un ruolo importante nel rendere la migrazione facoltativa, piuttosto che inevitabile. L’UNICEF è pronto a contribuire al piano, anche attraverso un programma che possa garantire una scolarizzazione sicura per 500.000 bambini in El Salvador, Honduras, Guatemala e Messico. Le discussioni che si sono svolte fra la rappresentante dell’UNICEF, il presidente messicano, assieme ai ministri degli Esteri e dell’Interno, si sono concentrate sulla necessità di fornire ai giovani istruzione e competenze essenziali per il loro futuro, soprattutto per i bambini e i giovani vulnerabili coinvolti nella crisi migratoria.

Il “triangolo della morte” e le ragioni della fuga in massa. Secondo gli analisti della situazione in Centramerica, sarebbe formato da tre Paesi, tutti con un primato agghiacciante: quello del numero più alto di omicidi, anche di ragazzini e adolescenti, in rapporto agli abitanti. Le ricerche più aggiornate sui tassi di omicidio ci informano che El Salvador, l’Honduras e il Guatemala sarebbero, nell’ordine, il primo, il secondo e il quinto paese del mondo con la più alta percentuale di omicidi: rispettivamente, 71, 67 e 46 delitti di sangue ogni 100 mila cittadini. Le ragioni si tende ad attribuirle all’espansione dei mercati della cocaina, attualmente nelle mani degli ormai famigerati “cartelli” messicani del narcotraffico. Una sorta di “colonizzazione” da parte di bande criminali spietate, che uccidono chiunque si trovi lungo la loro strada e che fanno proselitismo, arruolando – con le buone o con le cattive – i cittadini honduregni, guatemaltechi o salvadoregni più giovani. Non a caso, evidentemente, il presidente del Guatemala, Alvaro Colom, ha avanzato la proposta di costituire «una forza in stile Nato» dei paesi dell’America centrale, appunto per fronteggiare questa ondata, che appare irrefrenabile e che è poi all’origine del grande flusso migratorio verso il Nord.
 


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