CITTA’ DEL MESSICO – E’ la nuova minaccia di Trump, che continua a restringere il suo sistema di asilo ai migranti centroamericani, facendo pressione sul governo messicano e su quello del Guatemala imponendo ad entrambi il ruolo di Terzo paese sicuro. Ciò significa che per poter chiedere protezione negli Stati Uniti ed essere eventualmente ammessi, le persone migranti provenienti dall’America centrale saranno obbligate a richiedere asilo nei paesi che li dividono dalla frontiera statunitense. Honduregni e i salvadoregni, che compongono la maggior parte del flusso, dovranno dunque domandare protezione in Guatemala o in Messico, mentre i guatemaltechi in Messico.

Il contenimento e la minaccia sui dazi. Per contenere il flusso migratorio, Trump ha obbligato il governo di Lopez Obrador a ridurre il flusso migratorio e militarizzare la frontiera sud in cambio del rientro della minaccia dei dazi. Sono piovute le critiche delle organizzazioni internazionali e delle ONG nei confronti del provvedimento: Human rights watch (Hrw), afferma che le restrizioni imposte dagli Stati Uniti rappresentano una “incredibile mancanza di riguardo verso gli obblighi Usa nei confronti dei richiedenti asilo”. La legge statunitense conforme al diritto internazionale, stabilisce che le autorità Usa possano respingere un richiedente asilo in un terzo paese solo se sia dimostrato che questo paese è effettivamente in grado di garantire una procedura di accoglienza e di asilo adeguata.

L’opinione del politologo Andrew Seele. Discutiamo della situazione con Andrew Selee, presidente dell’Istituto per le politiche migratorie, MPI, un’istituzione che cerca di migliorare le politiche di immigrazione e integrazione attraverso la ricerca applicata al territorio. Andrew non è solo un accademico ma ha anche lavorato come nel Congresso degli Stati Uniti e in programmi di sviluppo e migrazione a Tijuana, in Messico. È autore di numerosi volumi sulla migrazione a livello globale, soprattutto in America Latina e negli Stati Uniti, ed è stato professore presso la Johns Hopkins University, George Washington University e il Colegio de México.

Cosa pensa della situazione attuale e del recente accordo Messico-USA in relazione al fenomeno migratorio?

Sfortunatamente, la migrazione è diventata più una questione di pura propaganda politica. Il presidente Donald Trump sta facendo pressioni affinché il Messico diventi il suo muro di contenimento da opporre all’America centrale e ad altre parti del mondo perché non è stato in grado di generare cambiamenti sensibili nella politica di gestione migratoria del suo Paese e il governo, mentre il presidente Andres Manuel Lopez Obrador è stato disposto a seguire il passo di Trump, almeno in parte.

Qual è la tua opinione sulla possibilità che il Messico diventi un terzo “Paese sicuro”?

È molto difficile per un Paese che ha uno dei più alti tassi di omicidi al mondo diventare “sicuro”, soprattutto dall’oggi al domani. Ciò non significa che non esista la possibilità di un esercizio congiunto tra i governi del Messico e degli Stati Uniti, in modo che il Messico assuma gradualmente quel ruolo, ma si richiedono molti investimenti da entrambe le parti per generare aree sicure in Messico e un sistema di asilo applicabile, con le dovute eccezioni. Ma ciò richiede molta pazienza, che sembra non esistere nell’amministrazione di Trump, e molta strategia politica, che non sembra esistere nell’amministrazione di López Obrador.

Quale può essere una strategia sostenibile per una migliore gestione della politica migratoria in Messico?

Il governo messicano, prima o poi, deve iniziare a pensare a quale tipo di politica di gestione del flusso migratorio vuole per il proprio bene, non solo come un’estensione dei negoziati con il governo degli Stati Uniti. Ciò richiede volontà di ripensare le priorità nazionali, sia economiche che di solidarietà con i paesi vicini, e richiede la costruzione di istituzioni migratorie e di asilo, nonché politiche in materia di visti e moderni meccanismi di controllo delle frontiere, ma nessuna di queste sembra essere una priorità al momento.

Possiamo imparare da alcune buone pratiche in altri paesi?

Ci sono altri Paesi della regione che hanno optato per una l’apertura ai Paesi vicini, come Colombia e Perù, con politiche di regolarizzazione. E altri, come l’Argentina, che stanno creando sistemi di controllo, mescolati con canali legali di arrivo per migranti prioritari. Il Canada continua ad essere un esempio con una politica economica nazionale basata in parte sulla migrazione, con un’accoglienza generosa verso i rifugiati e politiche di controllo che sostengono i potenziali migranti ad un’entrata legale.

Prospettive future sul fenomeno della migrazione in Messico?

I messicani non concepiscono ancora il loro Paese come un luogo destinato a diventare approdo definitivo del flusso centroamericano, ma la realtà è che sta diventando attraente per molti migranti che non riescono a raggiungere gli Stati Uniti. Ad un certo punto, dovrà nascere una un dialogo su come la migrazione possa trasformarsi in uno strumento per lo sviluppo del Paese e per i suoi scopi diplomatici. Ma questo richiede di avere una politica migratoria autonoma e non solo di rispondere alle pressioni che provengono dal vicino del Nord.


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