CITTA’ DEL MESSICO – Ad un anno dal terremoto. È rimasta impressa nella memoria collettiva mondiale la data del 13 settembre. Una triste ricorrenza, trentadue anni dopo uno dei più grandi terremoti della storia moderna, il Messico a tremato di nuovo. Se la catastrofe ha lasciato segni indelebili, non solo nell’architettura, ma anche alimentando fobie nei suoi abitanti, meno mediatica ma non meno traumatica, è stata l’esperienza dei cittadini della regione di Oaxaca, che ha lasciato intere comunità completamente sfollate per mesi. Mesi in cui la terra ha continuato a tremare quotidianamente. È passato un anno dalle due terribili scosse del 7 e 23 settembre a Oaxaca e l’organizzazione messicana Cooperación Comunitaria ha dato il via al progetto di ricostruzione integrale e sociale dell’habitat assieme a diverse comunità dell’istmo di Tehuantepec, una delle zone che sono state pesantemente danneggiate.

A Oaxaca il via al progetto di ricostruzione. In questo primo anno, la ricostruzione si è concentrata sull’edilizia abitativa e nella riattivazione dell’economia locale. Grazie all’edificazione del primo laboratorio chiamato Arts and Crafts (CAO) a Ciudad Ixtepec si stanno costruendo 57 forni tipici chiamati comixcal, 34 forni per il pane, 19 ricostruzioni di nuove abitazioni antisismiche e 41 rinforzi delle case tradizionali istmiche colpite rispondendo alle esigenze di 117 famiglie nei 5 diversi quartieri della città di Ixtepec. Il focus non è sta solo nel ricostruire le infrastrutture danneggiate grazie a progetti sicuri e di qualità, ma anche di dare un accompagnamento educativo integrando la produzione sociale e gestione dell’habitat -, con una maggior conoscenza dei rischi, delle tecniche di costruzione tradizionali, in modo da poter alzare il livello di autosufficienza delle varie popolazioni.

Le ONG e cittadini per un’architettura partecipativa. Già da prima dell’emergenza, Cooperazione comunitaria A.C., assieme al Centro operativo per l’alloggio e Poblamiento (Copevi) e il Comitato cittadino Ixtepecano, iniziarono una campagna informativa per garantire che le fondamenta delle case fossero a prova di sismo. Perché l’obiettivo, a differenza delle politiche istituzionali, non è quello di demolire le abitazioni tradizionali, ma di implementarne la sicurezza in modo da conservare non solo il patrimonio culturale ed economico delle famiglie, ma l’abitabilità dello stesso. Infatti, queste dimore tradizionali hanno soffitti molto alti e doppie pareti che mantengono una temperatura mite, vista l’escursione termica tipica di queste zone. “Abbiamo proposto un sistema di rinforzo che ha permesso di mantenere le abitazioni tradizionali colpite – dice Isadora Hastings, fondatrice della ONG Cooperación Comunitaria –  ma più resistenti ai terremoti e forti venti della regione. Le abitazioni ex novo sono state studiate su un nuovo progetto di edilizia abitativa rafforzata che contempla la costruzione di fondamenta in pietra adatte alle caratteristiche sismiche della regione. In queste zone, dove la domanda di lavoro è sempre molto alta – conclude la Hastings – le persone senza esperienza trovano un’opzione di lavoro nel processo di costruzione. Noi forniamo un’assistenza tecnica”.

Ricostruire non demolire. Un caso paradigmatico è quello di Minerva, che vive sola nella sua casa di famiglia: una costruzione tradizionale patrimonio architettonico della città, oltre che il suo unico patrimonio economico. “Siamo riusciti ad evitare la demolizione che avrebbe distrutto non solamente un’architettura preziosa ma anche lo spirito di questa donna”, conclude Isadora. La ricostruzione si avvale dei prodotti della regione e un’analisi della produzione locale di materiali grazie al lavoro di una squadra composta da due consulenti tecnici, un coordinatore nel campo e un gruppo sociale composto da un antropologo e sociologo, che sviluppano un processo di accompagnamento integrale.

Una visione del futuro. l’architettura partecipativa. I lavori vengono fatti comunitariamente, partecipano proprio tutti, anche i più piccoli, che dipingono e aiutano attivamente. La popolazione ha iniziato ad organizzarsi in assemblee proprio per turnarsi e dividersi il lavoro. Anche questo è importante, dopo un evento traumatico di tale intensità ricostruire il tessuto comunitario e sociale risulta fondamentale, non solo per migliorare la qualità della vita collettiva ma anche per recuperare e le antiche tecniche tradizionali di costruzione come il baharenque Ceren, che per centinaia di anni ha permesso alle comunità di resistere alle difficili condizioni sismiche e metereologiche della zona. Una visione progettuale che non divide il patrimonio architettonico da quello economico e sociale, rivalutando le antiche tradizioni e implementandone la funzionalità.


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Mario Calabresi
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