ZARZIS Tunisia –  Da 10 giorni al largo. Dieci giorni di attesa e nemmeno oggi è arrivata l’autorizzazione allo sbarco dei 75 migranti bloccati sul rimorchiatore Maridive 601, in rada davanti alla costa di Zarzis. I 17 membri dell’equipaggio del rimorchiatore hanno recuperato i 64 bengalesi, nove egiziani, un marocchino e un sudanese in acque internazionali su indicazioni del Centro Nazionale di Coordinamento del Soccorso Marittimo di Roma. Il gruppo, che include anche 32 minori non accompagnati, era partito dalla città libica di Zuwara, nella parte occidentale della Libia.

La richiesta d’intervento arrivata il 30 maggio. Secondo la ricostruzione fornita dall’armatore egiziano, il 30 maggio alle 15.30, il Maridive 601, rimorchiatore battente bandiera del Belize, riceve la richiesta di soccorso dal Centro Nazionale di Coordinamento del Soccorso Marittimo (Italian Maritime Rescue Coordination Center IMRCC) della Guardia costiera di Roma. A confermare la versione anche la compagnia Shell, che ha affittato il rimorchiatore per fornire supporto alla piattaforma Miskar, a circa 125 km al largo del Golfo di Gabes. Il rimorchiatore viene interpellato in quanto imbarcazione più vicina. “È la legge del mare che lo impone, dobbiamo salvare queste persone e portarle nel porto più sicuro. Abbiamo spiegato all’Italia che non potevamo prendere questo rischio e che avevamo bisogno di supporto” – spiega il capitano Egiziano. “Non potevamo gestire la situazione, soprattutto per la sicurezza del mio equipaggio, ma nonostante le conferme, nessuno ha mai fornito supporto.”

Il coordinamento delle operazioni di soccorso è italiano. Il centro della Guardia Costiera di Roma, una volta assunto il coordinamento delle operazioni di soccorso è tenuto a fornire un porto sicuro di sbarco –  in adempimento agli “obblighi giuridici assunti dall’Italia con la ratifica delle convenzioni internazionali”. “Non sapevamo dove andare e nessuno ci ha risposto – continua il capitano – la sola indicazione arrivata via mail è stata di chiamare la Libia, la Tunisia o Malta. Nessuno ha risposto. Ed ora ci troviamo in questa situazione” – conclude angosciato, confermando che a bordo ci sono casi che richiedono cure mediche.

Il nodo politico. Per il presidente della Mezzaluna Rossa Tunisina, se da una parte a livello regionale mancano le risorse, e gli arrivi via terra dalla Libia continuano, serve trovare una soluzione. Ad oggi, l’UNHCR ha registrato 1.843 persone, tra cui 1.233 rifugiati e 600 richiedenti asilo. “Se Malta e l’Italia hanno rifiutato, ora dobbiamo trovare alternative. Lo staff è salito a bordo per qualche ora, il 6 giugno, ma successivamente la situazione è rimasta bloccata.” L’equipaggio ha dovuto contattare la sua società di noleggio, per portare a bordo i medicinali, acqua, cibo e coperte. L’ufficio UNHCR a Tunisi ha confermato che nessuna di queste persone ha mostrato la volontà di chiedere asilo in Tunisia, ma per il momento nessuna organizzazione internazionale ha avuto l’autorizzazione di salire a bordo.

Lo stallo dei mercantili e la discussione dei porti di sbarco. Il rifiuto del governo tunisino ricorda un’altro caso del luglio 2018, quando 40 persone avevano atteso per quasi tre settimane di scendere dalla motonave nave Saros 5. I migranti nell’esprimere il rifiuto di entrare in Tunisia, avevano minacciato di buttarsi in mare, prima che le organizzazioni non governative intervenissero per negoziare il loro sbarco. Non fu solo una situazione imbarazzante, con ripercussioni sulle persone che sbarcarono in Tunisia, con le promesse – mai mantenute – di ricevere protezione; l’episodio aveva permesso di cominciare a cedere alle pressioni dell’UE sugli sbarchi considerati sicuri in Tunisia. La proposta delle famose “piattaforme di sbarco in Tunisia” ritorna nelle discussioni di queste ore e il progetto dei centri gestiti dall’Onu in collaborazione con l’Ue nei paesi della sponda sud del Mediterraneo, recupera campo. Se negli uffici della commissione a Brussels prendono tempo per una risposta ufficiale, in Tunisia, fonti onusiane confermano una serie di accordi bilaterali di libero scambio (DCFTA) con il governo, dove la migrazione resta uno dei capitoli importanti.

Il rifiuto della Tunisia. Nonostante il governo tunisino abbia sempre e costantemente respinto la proposta, a causa della sua mancanza di interesse politico in un accordo così controverso con l’UE, si trova ora de-facto a subirne gli effetti. Se la chiara risposta di Tahar Cherif, ambasciatore Tunisino a Brussels era stata «la Tunisia non ha né i mezzi né le condizioni né la capacità di creare questi centri», ora la situazione potrebbe essere cambiata. Secondo il Forum tunisino per i diritti economici e sociali, il silenzio della Tunisia de-facto riconosce che la pressione UE sta facendo effetto. “Detto questo, la cooperazione europea con il governo Tunisino risponde a due delle sue ossessioni: rimanere il principale attore nel commercio internazionale e controllare le persone che possono accedere al suo territorio. Senza parlare degli accordi di riammissione e della lotta al terrorismo” – conclude il portavoce del forum Tunisino Romdhane Ben Amor.

Il progetto di un campo al confine per chi scappa dalla Libia. L’ufficio dell’UNHCR a Tunisi conferma che l’agenzia delle Nazioni Unite si sta preparando, insieme all’Organizzazione internazionale per le migrazioni (IOM), a rispondere con un piano d’emergenza per un possibile afflusso di civili, migranti e rifugiati in fuga dalla Libia. Fonti governative che hanno chiesto di rimanere anonime, parlano di un campo per 25.000 persone. Dopo due mesi di conflitto, con l’intensificarsi degli scontri, e oltre 90.000 persone costrette a lasciare la propria casa, la guerra in Libia sembra infinita. Ad oggi il bilancio da Tripoli è di 653 morti, inclusi 41 civili e 3.547 feriti, tra cui 126 civili. Migranti e rifugiati, compresi i bambini, restano intrappolati nei centri di detenzione vicini alle linee del conflitto, con scarso accesso a cibo, acqua, assistenza sanitaria e protezione.

 


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