A bordo della Mare Jonio – “Il ministro Salvini stia tranquillo, torneremo in mare comunque. Anche a costo di farlo con un pedalò”. Con queste parole, nel luglio scorso, subito dopo lo sbarco a Lampedusa dei 59 migranti salvati nelle acque di fronte a Tripoli, i ragazzi di Mediterranea avevano risposto al ministro dell’Interno che gli aveva fatto sequestrare la Alex, la piccola barca a vela da diporto con cui avevano appena concluso la prodigiosa missione. Oggi, meno di due mesi dopo, quei ragazzi hanno mantenuto la loro promessa e hanno ripreso il largo. Senza nemmeno dover ricorrere ai pedalò: perché nel frattempo, la procura di Agrigento ha disposto il dissequestro della Mare Jonio, la nave madre del progetto Mediterranea. Che così, giusto il tempo di fare gasolio e imbarcare le provviste, ha potuto riprendere il mare e fare rotta verso il Mediterraneo centrale, in una operazione congiunta con gli attivisti di Lifeline, i quali hanno messo a disposizione una imbarcazione appoggio, un piccolo veliero che i volontari della Ong tedesca hanno registrato ufficialmente sotto il nome di Matteo S. (ne hanno anche un’altra che però non partecipa alla spedizione e che si chiama Sebastian K., in “onore” del cancelliere austriaco Kurtz). Oltre alla Mare Jonio e alla Matteo S., la flotta è completata da una barca a vela presa a noleggio e battente un’insolita bandiera polacca (è la prima volta dunque che la Polonia, uno dei paesi di Visegrad, si trova coinvolta, sia pure indirettamente, e a sua insaputa, in una missione umanitaria).  

Molte sono le incognite con cui parte questa spedizione. Lo scenario politico – internazionale ed interno – è di molto mutato rispetto a due mesi fa. Il generale Haftar è ormai arrivato alle porte di Tripoli e la Libia – in piena guerra civile – non è mai stata così instabile come in questi giorni. Questo, insieme alle favorevoli condizioni meteo, tipiche di questa stagione, fa sì che le partenze dalle coste libiche siano aumentate a dismisura e avvengano in maniera sempre più disordinata e pericolosa. Segnalazioni di avarie e naufragi sono ormai drammatica, quotidiana routine. Ancora più incertezza, paradossalmente, c’è in Italia, con il governo Conte, quello dei porti chiusi e dei decreti sicurezza, appena caduto e un altro (o, in alternativa, un’altra campagna elettorale) all’orizzonte. 

Cosa accadrebbe, dunque, se la Mare Jonio si trovasse oggi o domani nelle condizioni di dover effettuare un salvataggio? Come si comporterebbe ciò che resta del governo?  Nessuno sa dare una risposta a queste domande. “La nostra missione – spiega il responsabile Luca Casarini – è quella di essere là dove bisogna essere. Cioè qui, in questo tratto di Mediterraneo. E testimoniare quello che l’Europa e l’Italia stanno facendo, i crimini che stanno compiendo”. 

Di quello che potrebbe accadere nel caso in cui ci fosse un salvataggio, nessuno riesce, né vuole, prevedere nulla: “Ognuno agirà secondo la propria coscienza e la propria umanità”, dicono da bordo  rifacendosi anche al messaggio ricevuto nella notte dall’arcivescovo di Palermo Corrado Lorefice: “Grazie – ha scritto l’alto prelato in un messaggio diretto all’equipaggio – Grazie perché ricordate a noi cristiani che il vangelo si prende sul serio: “Come ho fatto io, così fate voi”, ci ha detto Gesù. E’ un programma di vita. Sentitemi uno di voi”. Solidarietà anche dal vescovo Antonio Marciante di Cefalù che ha affidato la missione di Mediterranea alla Vergine di Porto Salvo: “Perché l’Italia sia un porto aperto sicuro”.


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Carlo Verdelli
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