DALLA NAVE MARE JONIO. “La situazione è disperata. Siamo in queste condizioni da cinque giorni, abbiamo quasi finito la benzina, sta arrivando una burrasca e la gente, qui a bordo, è allo stremo ormai costantemente sull’orlo dell’ammutinamento”. La voce di Pascual Durant, comandante del peschereccio spagnolo Nuestra Madre de Loreto, arriva sicura e ferma dal telefono satellitare e forse anche per questo si capisce bene che ha paura. La notte del 22 novembre scorso, questa imbarcazione rossa di 21 metri stava pescando gamberetti a 74 miglia dalle coste libiche, all’altezza di Misurata, quando a pochi metri dalla propria prua, l’equipaggio ha visto la strana scena di un gommone strapieno di persone – una quarantina – sorvolato da un elicottero a bassa quota. Pochi minuti dopo, sul posto è arrivata una motovedetta della Guardia costiera libica che ha acceso il grosso faro di prua e lo ha puntato contro il gommone prima di lanciarsi all’inseguimento. Durante la manovra, numerose persone che si trovavano a bordo del gommone hanno cominciato a tuffarsi in acqua per paura di essere arrestate dai libici e riportate nelle carceri.

“Nel giro di pochi minuti – è stato il racconto del timoniere del peschereccio – la motovedetta ha raggiunto il gommone, ha caricato quanti erano rimasti a bordo, ha forato i tubolari e se ne è andata, lasciando in acqua la gente che si era gettata a mare, senza nemmeno lanciare i salvagente”. A quel punto, Pascual Durant ha dato ordine ai suoi di avvicinarsi al relitto del gommone e di tirare a bordo le persone abbandonate in acqua. Dodici in tutto, provenienti da Egitto, Nigeria, Somalia e Sudan. Nell’esatto momento in cui l’ultima delle dodici persone è salita a bordo, è cominciato il penoso calvario del Nuestra Madre de Loreto. Penoso e pericoloso, visto che “se la comunità internazionale non interverrà subito, nelle prossime ore, tutte e 25 le persone a bordo rischiano di morire”, dice il capitano.

Dopo aver lanciato l’allarme via radio, quella sera stessa, Durant ha immediatamente chiamato i numeri di riferimento della Guardia costiera libica che però notoriamente non risponde. Non avendo ricevuto alcuna istruzione sul da farsi, si è così rivolto al Mrcc (maritime rescue coordination center) spagnolo che però non ha fatto altro che rimandare nuovamente ai libici “competenti territorialmente”. Il peschereccio è rimasto così in balia delle onde, di sé stesso, e della folle gestione di questo tratto di mare, fino a quando, 24 ore dopo, non è arrivata l’imbarcazione dell’Ong spagnola Open Arms – in missione congiunta con gli italiani di Mediterranea e con i tedeschi di Sea Watch – a fornire assistenza tecnica e medica. L’Mrcc spagnolo non ha però autorizzato il trasbordo dei migranti, molti dei quali feriti. E così il calvario è andato avanti. Fino a oggi.

“Da quel giorno non abbiamo avuto più nessun tipo di assistenza – racconta al telefono con Repubblica Durant – nessuno in Europa ci accoglie. La Spagna dice che sta cercando un porto sicuro in Libia dove farci attraccare. Ma in Libia non ci sono porti sicuri e la gente a bordo non ne vuole sapere. Si orienta con il sole, e quando vede che cambiamo rotta si innervosisce e minaccia la rivolta. Sono pronti a tutto pur di non tornare lì, anche a morire”.

La situazione ha rischiato di degenerare già la notte scorsa quando, a bordo, si è sparsa la voce che una motovedetta libica stesse raggiungendo il peschereccio per prendere i migranti. “Ci hanno minacciati, abbiamo contenuto la rivolta a fatica. Poi non sono venuti e la cosa è rientrata. Ma tra il freddo, la paura e il mare che si ingrossa non so quanto possiamo andare avanti”. Le condizioni meteo cominciano a essere proibitive. “Il maltempo in arrivo è molto generalizzato, per arrivare in una zona migliore abbiamo bisogno di navigare almeno 150 miglia. Ma non abbiamo abbastanza gasolio. Se non ci dicono subito dove andare, qui finisce male”.


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Mario Calabresi
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