“Se il potere vuole eliminare i testimoni, a noi non resta altro da fare che andare a testimoniare”. E così, da ieri notte, i volontari italiani di Mediterranea sono tornati in mare. Nonostante il decreto sicurezza bis, nonostante l’arresto di Carola, nonostante il sequestro probatorio della loro nave, la Mare Ionio, sia ancora incredibilmente in corso, nonostante la guerra aperta che il governo ha ormai dichiarato “a chiunque voglia fare qualcosa contro la strage silenziosa che ogni giorno si consuma in mare”. Nonostante tutto. Hanno affittato un veliero, l’Alex & co., l’hanno attrezzato per il primo soccorso, e hanno puntato la loro prua verso la Libia. Nelle prossime ore, si uniranno alle altre due imbarcazioni già da giorni operative in quelle acque – la tedesca Alan Kurdi (già Sea Eye) e la spagnola Open Arms – e, insieme, daranno vita a una missione coordinata di ricerca e soccorso.

“Mai come in questi giorni il Mediterraneo centrale è affollato da disperati che cercano di raggiungere l’Europa”, spiega Erasmo Palazzotto di Sinistra Italiana, il capo missione (anche se proprio oggi alla Camera si discute la sua mozione sulla Libia). “Continuare a lasciare quella zona senza testimoni era un delitto. Abbiamo il dovere di essere lì e proteggere quelle persone anche solo con la nostra presenza”. “Ancora una volta – dice la portavoce di Mediterranea Alessandra Sciurba- torniamo dove non vorremmo essere ma dove oggi più che mai è necessario essere: non si tratta dei diritti degli altri, in quel mare quando annega qualcuno annega anche la nostra umanità”.

La Alex non è attrezzata per le operazioni di search and rescue e quindi nel caso in cui Mediterranea dovesse incrociare un’imbarcazione in panne dovrebbe limitarsi a prestare il primo soccorso, mettere in sicurezza persone eventualmente in pericolo e attendere i soccorsi da parte delle autorità competenti o di altre imbarcazioni abilitate. A bordo di Alex. è voluto salire, con un gesto simbolico, anche il capo di Open Arms, Oscar Camps. “E’ un momento nero per tutta l’Europa, non solo per l’Italia. In Spagna hanno appena varato una legge che espone le Ong a multe ancora più salate di quelle che ci sono adesso in Italia. Salvare vite non porta voti, e questo ha fatto sì che chi non si arrende all’ecatombe in corso nel Mediterraneo venga quotidianamente criminalizzato da chi è al potere e vive di voti. Dobbiamo reagire. E questo è il modo migliore: fare massa critica, e sfidare non un singolo paese ma tutti i paesi del Continente”.

Camps è anche l’uomo che la scorsa estate aveva portato il campione dell’Nba Marc Gasol a bordo della Ong spagnola. Il giocatore, nel corso di quella missione, fu uno dei protagonisti del salvataggio di Josefa, una donna camerunense sopravvissuta al naufragio della barca con cui era fuggita dalla Libia. “Da allora – racconta – Gasol è diventato uno dei nostri  testimonial. A giugno ha invitato me e il primo ufficiale della Open Arms a vedere la finale contro i  Golden State Warriors è stato un momento importantissimo perché ci ha regalato una visibilità enorme, ha anche indossato la maglietta dell’Ong”.

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Questa – secondo Camps – è la strada da seguire. “Occorre coinvolgere la gente, spiegare che la retorica dei Governi è tutta una finzione, e per questo occorre che le persone in vista, gli sportivi, i cantanti si assumano le loro responsabilità e salgano a bordo”.


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