BARCELLONA – Marc Augé, l’antropologo dei non luoghi e  Donald Sasson, uno dei più importanti storici contemporanei, sono arrivati da Parigi e da Londra per salpare, da Civitavecchia, con la nave dei libri, organizzata da “Leggere: tutti”, alla volta di Barcellona, nei giorni scorsi diventata tempio della Giornata mondiale del libro. Li abbiamo incontrati per intavolare una discussione sull’immigrazione in Italia e sulle risposte che il Paese sta dando di fronte ad un fenomeno di dimensioni planetarie.

La crisi economica che amplifica il risentimento. Insomma, ci stiamo scoprendo razzisti? “La reazione contro gli immigrati c’è sempre stata – risponde Donald Sassoon – ma era accompagnata da una crescita continua. Quando  arrivavano in Inghilterra persone dal Pakistan e dall’India o dalle Indie occidentali, in Francia dal Marocco e dall’Algeria, in Germania dalla Turchia e dall’Africa del Nord, potevano anche verificarsi episodi di razzismo, che comunque restavano circoscritti. In Italia l’immigrazione è un fenomeno molto più recente ed è maturato in un momento di diffuse difficoltà economiche, complesse e pesanti per molte zone della società, che in molti casi amplifica il risentimento sociale rivolto verso l’immigrato. Questo, secondo me, spiega un po’ la ragione dell’insorgenza di forme di razzism più evidente che altrove”.

L’importanza della percezione del concetto di luogo. Il comportamento dell’Italia nei confronti dell’immigrazione è quindi un fenomeno storico-sociale normale o una xenofobia cavalcata dalla politica? Peggiora con l’aumento quantitativo dei migranti? Secondo Sassoon, “non è una questione di quantità di persone. I Paesi più razzisti in questo momento sono l’Ungheria e la Polonia, dove i tassi di immigrazione sono bassissimi, ma l’odio verso l’altro è determinato dalla costruzione di una identità ungherese e polacca, dopo l’uscita dal sistema sovietico”. Il punto di vista antropologico espresso da Marc Augé richiama invece l’attenzione sul concetto di luogo: “Chi emigra lascia il posto dov’è sempre stato con tutte le certezze annesse, seppur negative, che contiene. Parte, va verso l’ignoto, rischiando anche la vita. In un certo senso i migranti rifiutano il concetto stesso di luogo per andare verso l’avventura. E’ una scelta che spiazza e scompensa chi invece resta arroccato alle certezze del proprio posto, vedendo arrivare persone che hanno operato una scelta inversa”. 

Il ruolo dei “cacciatori di voti”. Come va valutata dunque la politica del governo italiano nei confronti degli immigrati? “La valuto – dice lo storico britannico  – esattamente come valuto la politica anti immigratoria di moltissimi governi in Europa. L’Italia non è per nulla speciale in questo campo. Dopo tutto, il 30 per cento dei francesi ha votato per Marie Le Pen, le cui politiche non sono molto diverse da quelle di Salvini e in Gran Bretagna, probabilmente, le stesse inclinazioni politiche avranno ottimi risultati alle europee, senza contare Trump che addirittura voleva fare un muro per bloccare i messicani, in un Paese che senza gli immigrati neanche esisterebbe. La realtà – conclude lo storico britannico – è che si va a caccia di voti nel modo peggiore possibile. E’ necessario capire e far capire che anche se ci fosse un calo massiccio dell’emigrazione in Europa, la crisi economica ci sarebbe lo stesso e che le sue ragioni vanno cercate altrove”.


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