SITTWE (Myanmar) – Lilli e Anna arrivarono a Sittwe quando i generali erano ancora lontani dal cedere parte del potere. Era il 2006 e due amiche vanno in viaggio di gruppo nella Birmania della dittatura per vedere tra le varie meraviglie l’antica capitale dell’Arakan Mrauk U che fu un regno indipendente, poco conosciuta a quel tempo e oggi al centro di una nuova guerra di militanti armati locali contro l’esercito e il governo “democratico” birmano di Aung San Suu Kyi. 

Un progetto nato per caso. Raccontare la storia del “loro” orfanotrofio di nome ABC che abbiamo visitato il mese scorso nel pieno di una nuova guerra di indipendenza, significa inevitabilmente cadenzare anche le tappe di una storia con la “S” maiuscola che incombeva e incombe su questo piccolo ed esemplare progetto umanitario. Un progetto nato per caso e finito per cambiare la vita di 54 bambini, oltre a quella del personale che da parecchi anni se ne prende cura. Va da sé che ABC burmese children project sia diventato parte della vita interiore e sociale delle due fondatrici oggi sessantenni.

Tutto comincio’ con un viaggio. Come capita ai turisti le nostre connazionali incontrarono molte persone e videro luoghi celebri dalla storia affascinante, ma una donna locale le introdusse in un mondo ben al di fuori dalle guide patinate e le due italiane si ritrovarono dentro un edificio fatiscente che non avrebbero mai voluto vedere in vita loro. “Nel monastero c’erano circa 60 bambini orfani – ha scritto Anna Natalini, una delle due fondatrici di ABC a Sittwe – tutti sporchi, affamati e malati, alcuni seriamente denutriti, quasi tutti con problemi di parassiti, malattie della pelle e delle vie respiratorie, in particolare i neonati. Erano praticamente abbandonati a se stessi dormendo sul pavimento e ad occuparsi di loro c’era solo un monaco con alcune donne della zona a dare una mano”.

Il pagamento in anticipo. Rientrate in Italia, le due amiche raccolsero soldi e materiali e tornarono in Birmania nel 2007 mentre le strade delle città si riempivano di cortei dei monaci e dei civili che protestavano contro gli aumenti dei prezzi e il regime corrotto dei generali. La rivoluzione di Zafferano e le restrizioni di movimento imposte dall’esercito agli stranieri non le fermarono dall’intento di consegnare al piccolo monastero-orfanotrofio lettini, stuoie, biberon. Pagarono in anticipo cibo di base, costoso latte in polvere e medicine, assunsero due infermiere, ma i bambini aumentavano e quel monaco restava l’unico e incontrollato responsabile delle 60 piccole vite, solo lui nell’intero stato.

L’inizio dei sospetti. Fu a questo punto, cominciando a diffidare del religioso, la signora birmana di nome Mabel, moglie di un colonnello dell’esercito, organizzò un comitato di cittadini influenti per sostenere l’idea delle italiane divenute sue amiche. Lilli e Anna offrirono i soldi per comprare un terreno di 400 metri quadri dove costruire il primo edificio per dare alloggio decente e cura ad almeno 50 bambini con possibilità di ampliamenti. Fu fondata l’Associazione locale ABC orphanage, seguita dalla omonima onlus in Italia, e tra la fine del 2007 e il 2009, quando Anna e Lilli tornano in Birmania erano certe di trovarvi in salute i piccoli denutriti del monastero. Ma erano avvenuti due fatti importanti in un clima politico di continuo sospetto, soprattutto verso l’Occidente e gli occidentali ma non solo.

La scoperta degli abusi sui bambini. Nonostante l’influenza del comitato locale, le autorità militari si allarmarono per le voci di soldi dati da stranieri per costruire un “grande edificio” nella zona di Mingan, e il progetto di ABC venne bloccato col rischio di abbattere le mura già alzate. Il regime non poteva tollerare che gente locale, tra i quali alcuni dissidenti come l’ex prigioniero politico Diamond che mi ha presentato Anna e Lilli, ottenesse il consenso popolare creando opere per la comunità, soprattutto se finanziate da forestieri. Mabel verrà lungamente interrogata  dai militari, e anche se c’era poco di sospetto nell’intenzione di creare un orfanotrofio, i lavori restarono fermi. Poi giunsero le ultime notizie dall’ex monastero dov’erano in condizioni terribili i 60 bambini visitati dalle due italiane. La struttura era stata chiusa dai soldati dopo aver scoperto che il monaco abusava di loro, ma i bambini erano stati divisi e trasferiti nel nord dello stato.

Il rischio delle ritorsioni. ”Avevamo capito che qualcosa non andava perché il monaco sembrava chiedere soldi per se stesso più che per i suoi assistiti e smettemmo di finanziarlo – racconta Lilli –  Ma fu doloroso sapere che non avremmo più rivisto quei piccoli. Eravamo anche consapevoli che dovevamo tenere per noi cio’ che sapevamo, soprattutto per non mettere a rischio di ritorsioni i membri del comitato”. Dopo 18 mesi di trattative serrate con una controparte militare diffidente anche della sua ombra (durante il regime ogni condominio era controllato da un tot numero di poliziotti e informatori della porta accanto) nell’ottobre del 2010 arriva il permesso ufficiale per aprire l’orfanotrofio ABC di Mingan, 20 minuti da Sittwe.

I massacri dei Rohingya a Sittwe. Anche stavolta il destino della struttura di Lilli e Anna s’incrocia con la storia del paese che finalmente sta dalla loro parte. Il clima era tale che pochi giorni prima di firmare il via libera alla struttura i generali birmani avevano annunciato al mondo – ancora non creduti – che in segno di distensione Aung San Suu Kyi sarebbe stata liberata entro il 13 novembre, cosa che invece avvenne. Ed ecco in quel clima di entusiasmo i primi bambini – diversi da quelli del monastero – arrivare poco alla volta dal resto dello Stato nel lindo orfanotrofio nuovo di zecca  circondato da un giardino di manghi. E’ qui che Anna e Lilli li incontrano la prima volta il febbraio del 2011 tra lacrime di commozione – sono tutti sotto i tre anni e per gran parte lattanti – e nel giro di un altro anno diventano 20 con una decina di assistenti giorno e notte. Ma nel 2012 riecco la storia bussare bruscamente alle porte di ABC, stavolta con l’immagine orrenda dei primi massacri contro gli islamici Rohingya avvenuti nella stessa Sittwe, mentre intere città e province ai confini col Bangladesh restavano chiuse all’accesso.

Gli scontri vicino all’edificio. Gli scontri si facevano talvolta così vicini all’edificio che i bimbi dovevano essere evacuati in una grande casa di Sittwe messa a disposizione dal presidente del comitato. Poi i militari instaurano un ordine temporaneo e nel 2013 Anna e Lilli poterono tornare a vedere i 27 piccoli ospiti dell’epoca e dare impulso e soldi per l’ambulatorio, indispensabile in un’area come Mingan talmente misera da non avere nemmeno una clinica per 30mila abitanti. Per citare uno dei benefattori italiani delle due infaticabili connazionali, la società Saint-Gobain ha donato ben 120 pannelli solari per rendere autosufficiente l’ostello dove vivono oggi molti insegnanti e assistenti in un clima da far invidia a modelli del nord Europa, con la clinica che serve medicine e cure 5 giorni su 7 a molta gente locale. Nel 2014 i bimbi erano già 35 e aumentavano le richieste anche degli ufficiali di ospitarne altri.

La nuova struttura. Ma da allora a oggi i soldi sono ancora quelli raccolti tra generosi e benestanti locali – ben 1800 – che offrono fino a 2000 dollari al mese, e tra parenti e amici di Lilli e Anna in Italia. Grazie a loro è nato un nuovo edificio di 300 mq con grandi stanze per bambine e bambini separati. Tin Min Zaw, uno dei 7 fondatori e segretario di ABC, genero di Diamond, ci spiega che attualmente dei 54 bambini ospiti, la più piccola ha tre mesi con altre due bimbe di 6 mesi. I più grandi sono una bambina e un maschietto di 11 anni, e nel tempo 15 orfani sono stati dati in adozione sorvegliata prima che compiessero i due anni. La nuova struttura che ospiterà un nuovo piano per ulteriori camere divise tra ospiti dei due sessi è l’ultima delle spese previste per l’oggi. Ma nel giro di 5, 6 anni i più grandicelli raggiungeranno l’età di dover decidere se continuare a studiare o se mettersi a lavorare.

Commosse come due nonne. Vedendoli crescere come fratelli e sorelle, Tim Min Zaw e il presidente del comitato U Kyaw Zawl Aung hanno avuto l’’idea di comprare un terreno vicino e realizzare una fabbrica di imbottigliamento dell’acqua per dargli un lavoro che volendo li tenga uniti. Tin è certo che le bottigliette d’acqua etichettate ABC andranno a ruba e che i ricavi potranno contribuire alle spese dell’orfanotrofio. Commosse come due nonne, Anna e Lilli hanno per loro le stesse speranze di un parente stretto che gli vuole dare il meglio del destino. “La fabbrica è un’idea bellissima. Ma noi vorremmo vederli tutti studiare. Un medico o una dottoressa, un ingegnere non ci dispiacerebbero!”

Purtroppo solo bambini di famiglie buddiste. C’è un solo neo nella magica storia di ABC e dei suoi ospiti che abbiamo visto coltivare l’orto del loro giardino e mangiare cibi nutrienti in cucine pulite in un ordine allegro e armonioso. Per statuto si ospitano nella struttura solo orfani di famiglie buddhiste – religione di maggioranza –  una scelta che è anche la condizione per il successo di questo esperimento di resistenza contro tutte le difficoltà di una società chiusa. Purtroppo è facile infatti capire  il motivo della discriminazione in una città dove i musulmani tradizionali e i Rohingya vivono entrambi in ghetti, i primi nelle vecchie case del quartiere islamico transennato da sette anni e dal quale non possono uscire senza autorizzazione, i secondi nelle baracche cintate da filo spinato.

Impotenti di fronte a un marchio indelebile. Ma di questo non possiamo dare una colpa a Lilli, Anna o ai membri del Comitato. Ci sono molti luoghi della terra dove i bambini ricevono alla nascita un marchio che in un gran numero di casi resta indelebile nell’impotenza delle stesse persone di buona volontà. Basta pensare che i dintorni di Sittwe, compresa l’ex capitale antica Mrauk U sono teatro di una nuova guerra per l’indipendenza dell’Arakan dalla Birmania, con oltre 10mila esuli tra i quali stavolta anche molti buddhisti e cristiani.
 


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