Le famiglie siriane che nel naufragio dell’11 ottobre 2013, al largo di Lampedusa, persero i loro congiunti, tra cui moltissimi bambini, mentre Italia e Malta si palleggiavano la responsabilità dell’intervento di soccorso del barcone su cui viaggiavano, saranno parte civile nel processo contro i due ufficiali della Marina e della Guardia costiera italiana sul banco degli imputati.

In quella tragedia del mare, che seguì di soli otto giorni il primo spaventoso naufragio davanti alle coste di Lampedusa, morirono 268 persone, 60 i bambini. Dopo l’inchiesta sulle pagine de L’Espresso di Fabrizio Gatti, la Procura di Roma ha chiesto il processo per l’allora responsabile della sala operativa della Guardia costiera di Roma, Leopoldo Manna, e per il comandante della sala operativa della squadra navale della Marina Luca Licciardi. Entrambi devono rispondere di rifiuto d’atti d’ufficio e omicidio colposo. I pm, per la verità, avevano chiesto l’archiviazione ma il gip ha imposto l’imputazione coatta.

Dalle testimonianze e soprattutto dalle drammatiche intercettazioni delle telefonate in cui i siriani a bordo imploravano sococrso urgente perchè il barcone stava affondando sono emersi chiari i ritardi nei soccorsi che avrebbero causato la morte di così tante persone. La ricostruzione dei fatti contenuta nell’inchiesta del settimanale L’Espresso ha rivelato che un pattugliatore della Marina italiana si trovava a sole 10 miglia dal barcone che aveva cominciato ad imbarcare acqua dopo essere stato colpito da raffiche di mitra sparate dalla guardia costiera libica. La prima telefonata di aiuto da parte di un medico siriano che viaggiava con la sua famiglia è delle 12.39. Secondo la ricostruzione, il barcone rimase senza aiuto per oltre cinque ore.
 


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