REGGIO CALABRIA. Si volevano prendere la Val d’Aosta e volevano gestirla in esclusiva, per questo nella Piana di Gioia Tauro sono entrati in guerra. Tredici persone, ritenute affiliate al clan Facchineri di Cittanova e alla locale di San Giorgio Morgeto, sono state arrestate in tre regioni dai carabinieri di Reggio Calabria con l’accusa di associazione mafiosa. L’operazione coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia reggina è scattata alle prime ore di questa mattina con il supporto di carabinieri del Comando provinciale di Bologna e del Gruppo di Aosta.

In manette sono finiti i vertici delle due famiglie, dal 2011 impegnate in un conflitto combattuto nella casa madre in Calabria come in Val d’Aosta, dove risiedono stabilmente oltre 30mila calabresi, molti dei quali originari della Piana di Gioia Tauro.

A segnare l’inizio della “guerra”, l’omicidio di Salvatore Raso, elemento di vertice delle famiglie di San Giorgio Morgeto, ucciso con dieci colpi di fucile a pallettoni nei pressi della sua casa in Calabria. Un delitto efferato che subito a inquirenti e investigatori è apparso un messaggio. I Facchineri – è l’ipotesi della procura, che ha convinto anche il giudice per le indagini preliminari – avrebbero voluto punire la famiglia rivale, “rea” di aver tentato di proteggere un imprenditore aostano dalle continue estorsioni del clan di Cittanova.

E quello “sgarro” consumato fra la Val d’Aosta e la Calabria che ha creato i presupposti per l’omicidio di Raso e ha scatenato una guerra. Alla base, non c’era semplicemente “l’ingerenza” delle famiglie di San Giorgio negli affari dei più potenti e radicati Facchineri, ma il tentativo di emancipazione, tanto al Nord come “a casa”, del piccolo ma combattivo clan dalla galassia delle famiglie di Cittanova, che hanno sempre avuto il comando delle cosche del comprensorio.

In Val d’Aosta – ha dimostrato qualche mese scorso l’indagine Geena della Dda di Torino – sono state le famiglie di San Giorgio Morgeto a radicarsi con maggiore efficacia, riuscendo a piazzare persino i propri rappresentanti nelle istituzioni. A gestire tutto era Antonio Raso, ufficialmente ristoratore, in realtà vero e proprio regista della politica locale. Grazie a un capitale di voti e contatti, che vanno dalla ‘ndrangheta di San Luca alla grande borghesia valdostana, per i magistrati della procura di Torino sarebbe riuscito a far eleggere Marco Sorbara, suo uomo nel consiglio regionale della Val d’Aosta.


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