REGGIO CALABRIA – Senza il permesso dei Cordì, non si poteva né vivere, né morire a Locri. Di proprietà del clan erano i cantieri, i negozi, il mercato del pane, persino il cimitero e tutta la filiera della morte. Un monopolio amministrato con prepotenza e tracotanza, senza rispetto neanche per le spoglie dei defunti, spostati come pacchi all’insaputa dei parenti, per far prosperare il business del clan. “Ma c’è un limite oltre al quale la gente non è più disposta a sopportare – spiega il procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo – e quel limite i Cordì lo hanno ampiamente superato”.
È dalle denunce di imprenditori e pubblici amministratori e dipendenti che è partita l’operazione che oggi ha portato al fermo di 10 persone, ritenute vicine o organiche al potente clan di Locri. Arroganti, violenti per anni hanno tenuto in ostaggio i vivi e i morti del paese con estorsioni e vessazioni. Finché la gente, esausta, non ha iniziato a reagire, indicando con più o meno precisione i responsabili della tirannia che si estendeva dai banchi del mercato ai loculi. 

Formalmente impiegati come custode e operaio del cimitero, gli uomini che per la potentissima famiglia di ‘ndrangheta gestivano il business della morte avevano il controllo su tutto, dalle onoranze funebri ai fiori in vendita nei chioschi. Il cimitero era “casa loro” – dice uno degli indagati – per questo non si facevano scrupolo ad aprire e svuotare loculi da rivendere, costruire cappelle e monumenti funerari abusivi, amministrare la concessione di spazi, lasciando in coda chi correttamente si rivolgesse al Comune. 

Finché la gente si è stancata ed ha iniziato a denunciare. “Abbiamo trovato numerose segnalazioni in questo senso che stiamo ancora verificando” dice il procuratore Giovanni Bombardieri. Prima che arrivasse la magistratura a tentare di fare ordine,  il sindaco Giovanni Calabrese aveva deciso di mettere mano alla situazione. Poco più di un anno fa, ha licenziato in tronco gli uomini del clan – beccati per assenteismo – ed emettendo un’ordinanza di demolizione delle strutture abusive. Il clan non ha gradito. “Giovanni – gli ha scritto uno degli sgherri dei clan sui social –  domani dirò dov’e? sepolto qualche tuo parente da tantissimi anni”. Una minaccia di estrema gravità per inquirenti e investigatori dal significato univoco: doveva suscitare “il sospetto che i parenti del sindaco defunti fossero stati spostati a sua insaputa in luoghi sconosciuti o il timore, laddove non fosse realmente accaduto, che ciò si potesse verificare in futuro”.

Irrispettosi nei confronti dei morti, irrispettosi con i vivi, i Cordì avevano messo le mani anche sulla distribuzione del pane, che gestivano in assoluto regime di monopolio, pretendevano un dazio sui lavori nei cantieri, non esitavano a mostrare la propria forza e ferocia, anche provando le armi di cui disponevano per strada, contro lampioni e cassonetti. “Non c’e? bisogno che parliamo… c’e? bisogno solo che ci vedono” dice, intercettato, uno degli indagati. Ma anche il muro di omertà che terrorizzando la comunità è stato costruito può mostrare crepe. E nonostante la paura, arrivano le denunce.

La conosce bene uno degli imprenditori che ha parlato con inquirenti e investigatori dei Cordì e delle loro vessazioni. “Era terrorizzato dall’aver fatto dichiarazioni”, ma soprattutto disperato perché quella paura doveva metabolizzarla da solo. “Era stato allontanato, quasi anche fisicamente, dalla famiglia che non condivideva la sua scelta – racconta il procuratore Bombardieri – e ci sono stati momenti in cui ha pensato di farla finita”. Per questo, è l’appello del procuratore “Questa gente non deve essere lasciata da sola, deve essere accompagnata dalla comunità perché da soli diventano un obiettivo. Noi, lo Stato, ci siamo, ma deve esserci anche la famiglia, il paese”. Ma la speranza, continua il suo aggiunto Giuseppe Lombardo, c’è. “In questa indagine abbiamo potuto contare sull’apporto di imprenditori importanti, che vengono da famiglie già in passato in grado di fornire informazioni all’Autorità giudiziaria. Quindi c’è coscienza civica nella Locride e noi dobbiamo mettere la gente in condizioni di esercitarla. E ci sono anche pubbliche amministrazioni in grado di reagire ai clan”.
 


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Carlo Verdelli
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