REGGIO CALABRIA – Per costringere un imprenditore a pagare il pizzo, lo hanno sequestrato e portato al cospetto di chi quella “tassa” l’aveva ordinata. Per questo motivo sette persone sono state arrestate all’alba dalla Squadra Mobile di Reggio Calabria, con l’accusa di sequestro di persona e tentata estorsione, entrambi aggravati dalle modalità mafiose. L’indagine, coordinata dal procuratore capo della Dda Giovanni Bombardieri, è stata rapida. L’episodio risale infatti alle ultime settimane di dicembre. Degli uomini si sono presentati nell’attività di un imprenditore locale. Non era solo, con lui c’erano diverse persone. Nonostante questo, lo hanno preso di peso e portato via con sé in malo modo. Preoccupati, i familiari hanno avvertito la polizia e gli investigatori si sono immediatamente messi al lavoro.

Subito sono partite le ricerche, mentre la Squadra mobile iniziava a lavorare sui filmati delle videocamere di sorveglianza della zona per tentare di identificare gli autori del sequestro. Le attività di indagine erano ancora in corso, gli agenti stavano ascoltando i testimoni per tentare, nonostante le reticenze, di ricavare elementi utili per le ricerche, quando l’uomo è riapparso. “Scortato” da diversi soggetti, visibilmente terrorizzato, l’imprenditore è stato riportato nella sua attività. Chi lo accompagnava è stato identificato, ma la vittima non ha inteso proferire parola al riguardo. Nessuna accusa, nessuna spiegazione.

Solo dopo giorni di indagine sviluppata senza alcun tipo di collaborazione da parte della vittima, quando gli investigatori sono riusciti a ricostruire il quadro della vicenda, l’uomo ha fatto delle parziali ammissioni. Messo di fronte all’evidenza degli elementi raccolti ha raccontato di essere stato preso di peso e in malo modo portato al cospetto dei capi di chi lo ha sequestrato. Uomini vicini al clan Libri, hanno ricostruito gli investigatori, senza pedigree criminale familiare, ma comunque con un ruolo nella galassia allargata di uno dei clan storici di Reggio Calabria. Sarebbero stati loro a ordinare il sequestro e i loro uomini ad eseguirlo, per porre l’imprenditore di fronte ad una scelta: pagare la “tassa di sicurezza” richiesta o subire le conseguenze dell’ira del clan, dai danneggiamenti alla morte. Richieste che non hanno esitato a mettere sul piatto con arroganza e un assoluto senso di impunità, sequestrando l’uomo in pieno giorno e di fronte a testimoni. “Cose del genere sono inammissibili – dice il procuratore capo della Dda, Giovanni Bombardieri – abbiamo lavorato per dare una risposta rapida, quasi immediata. Abbiamo voluto dimostrare che quando, anche a stento, c’è collaborazione da parte della vittima lo Stato è in grado di proteggerla e individuare i responsabili di minacce e danneggiamenti”. Un riferimento, neanche troppo velato, ai silenzi ostinati delle vittime di intimidazioni ed episodi estorsivi. Da mesi ormai, fra Reggio Calabria e Villa San Giovanni vanno a fuoco saracinesche e locali e si registra una crescente tensione. Ma solo di rado inquirenti e investigatori possono contare su elementi utili forniti dalle vittime.




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