GLI ULTIMI guardiani del grande rinoceronte certe notti non dormono. Nel cuore dell’Africa non ci sono turni, né vacanze, né pause: capita che questi ranger, pagati a malapena  400 dollari al mese, in pieno sonno debbano alzarsi, imbracciare il fucile e andare incontro al più incerto dei destini. Non sanno mai come andrà a finire: ogni anno 100 guardiani vengono ammazzati dai bracconieri. Il loro compito è piazzarsi proprio in mezzo fra i rinoceronti da proteggere e i criminali che cacciano il maledetto corno, oggetto che sul mercato nero vale anche 300mila dollari.

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Questa è la vita dei “Rhino man”. Da come agiranno, se riusciranno o meno nella loro impresa, dipende la sopravvivenza futura dei rinoceronti. Ci sono previsioni spaventose: nel 2026 si pensa che senza le adeguate difese rimarranno in vita pochissimi esemplari. Grazie al lavoro di uomini e donne coraggiose però, l’escalation sanguinaria iniziata nel 2007 sta finalmente rallentando: lo scorso anno, per la prima volta negli ultimi sei anni, il numero di esemplari uccisi è sceso sotto le 1000 unità.
 

Il lavoro di questi africani, spesso poverissimi, addestrati con duri sistemi militari e trasformati in baluardi della natura è raccontato in “Rhino man: the movie”, documentario che uscirà prossimamente, d’estate, su piattaforme come Netflix o Amazon. Il docufilm, prodotto dall’associazione Global Conservation Corps (GCC), narra attraverso interviste, immagini della guerra con i bracconieri e racconti personali le durissime vite dei ranger del Sudafrica e del parco Kruger.

Il bracconiere ucciso dai leoni

Ma narra anche l’intreccio, inevitabile, che si crea fra i difensori e i cacciatori. Ci sono le interviste, ad esempio, alle famiglie dei bracconieri: spesso uomini poverissimi pronti a trasformarsi in criminali, pagati da procacciatori asiatici disposti a tutto pur di ottenere un corno. I ranger conoscono la tragedia vissuta dalle famiglie dei bracconieri e a volte, come accaduto i primi di aprile nel Kruger Park, sono perfino disposti ad aiutarle. Pochi giorni fa infatti un gruppo di cinque bracconieri è entrato nel parco per cacciare un rinoceronte: uno di loro è stato ucciso da un elefante. I complici hanno trasportato il cadavere  vicino al ciglio di una strada e avvisato i ranger del parco del corpo, prima di darsi alla macchia ed essere successivamente arrestati. Nonostante i pericoli, per aiutare la famiglia del bracconiere ucciso, di notte e di giorno i ranger hanno cercato il corpo dell’uomo, un padre di famiglia, da riconsegnare alla sua famiglia. Hanno trovato solo i resti del cranio e frammenti dei pantaloni: era stato divorato dai leoni. Per Glenn Phillips, ad del Kruger Park, era comunque un tentativo che andava fatto:  “È  pur sempre molto triste vedere le figlie dei bracconiere piangere la perdita del loro padre e, peggio ancora, poterlo fare sui pochi resti recuperati”.

Il tributo al ranger eroe

Come racconterà il documentario “Rhino man” però, se oggi siamo in grado di opporci al bracconaggio e riuscire a salvare i maestosi mammiferi africani, lo dobbiamo soprattutto a dei “supereroi” molto normali, molti dei quali sono passati dalle ferree selezioni ideate da Martin Mthembu. Morto in un incidente del 2014, Martin era uno zulu cresciuto nel Sudafrica dell’apartheid: non aveva opportunità, diritti, futuro, così si arruolò nell’esercito e diventò soldato per combattere per un Paese che nemmeno lo riconosceva come cittadino. Martin sapeva però che gli animali appartenevano a quella terra e avrebbe fatto di tutto per preservarli: lasciato l’esercito decise, con le sue competenze, di dedicarsi ad addestrare i ranger. Ne ha preparati più di 10mila.

“Questo film è  dedicato a lui” racconta a Repubblica Matt Lindenberg, trentenne sudafricano, ranger e fondatore della associazione Global Conservation Corps, oltre che produttore del film. Matt, a cui Martin ha salvato la vita tre volte, due dai leoni e una da un pericoloso mamba nero, ha deciso di prendere in mano l’eredità lasciata dall’ex soldato per trasformare i suoi insegnamenti in qualcosa di unico.
 
“Una delle prime cose che ho imparato da lui è lavorare con i bambini. Se vogliamo sperare che la conservazione dei rinoceronti funzioni dobbiamo parlare con i più piccoli e con le comunità. Il 99% dei bambini delle comunità limitrofe al Kruger Park non ha mai visto un rinoceronte. Noi li portiamo a conoscerli, insegniamo loro l’importanza della biodiversità”.
 
Lindenberg crede che le strade per salvare i rinoceronti siano sostanzialmente tre: attraverso il lavoro dei ranger, coinvolgendo scuole e comunità locali e ridisegnando le troppo frammentarie aree di protezione del parco Kruger. E poi naturalmente leggi internazionali più dure contro “il mercato asiatico, che a causa della medicina tradizionale, in cui il corno è indicato con proprietà assurde, perfino come rimedio al cancro, continua a finanziare i bracconieri”.

La lotta al bracconaggio comincia dall’istruzione

Per sconfiggerli  “la formazione delle persone è la chiave di tutto”. Istruire ranger e mostrare alle nuove generazioni il valore della natura è un sistema che in Sudafrica, dove vive il 72% dei rinoceronti del mondo, sembra ora finalmente dare i suoi frutti. Dalla metà degli anni Duemila ad oggi il  bracconaggio è aumentato del 9000% e nel 2014 i rinoceronti uccisi  sono stati addirittura più di 1200: oggi però grazie ai ranger le cifre migliorano piano piano e lo scorso anno, secondo i dati del Dipartimento per gli affari ambientali, sono stati uccisi 769 esemplari.

“Troppi. Se non metteremo freni alla richiesta del mercato asiatico  – continua Lindenberg – il numero di rinoceronti uccisi rischierà comunque di essere superiore, fra cinque o sei anni, rispetto a quello dei nuovi nati”. Per questo con la sua fondazione, che porta il verbo dei ranger e delle pratiche di conservazione a cinquemila alunni delle scuole vicine al Kruger, Lindenberg ha deciso insieme ai colleghi di raccontare la storia dei “Rhino Man”. “Per far capire a tutti, a partire dai più piccoli, il valore di queste persone e la loro importanza  nella battaglia per salvare i rinoceronti dall’estinzione”. Sogna un futuro in cui non esista il rischio che “i bambini non possano mai vedere un rinoceronte in natura”, ma soprattutto un Sudafrica migliore.
 
“Spesso, quel che non si dice, è che l’elevato tasso di disoccupazione trasforma alcune persone in bracconieri in cerca di soldi facili. I bambini devono comprendere l’importanza della nostra fauna selvatica per non trasformarsi, per non cedere alle tentazioni della corruzione. Se le nuove generazioni impareranno ad amare il loro patrimonio nazionale, gli animali, impareranno anche a proteggerlo”.


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