NIAMEY – Ai primi accenni della sera, in una Niamey ancora bollente nonostante la stagione, Mahmoud Zakaria e i suoi compagni di viaggio iniziano a riempire le valigie. Vestiti leggeri, quaderni, pochi oggetti sopravvissuti a una vita in viaggio, specchio di quella dei proprietari. I bambini corrono, ronzano intorno ai genitori, in una delle “case di passaggio” gestite dalla ong italiana Coopi. 51 persone si preparano a partire per l’Italia, alle primissime ore del giorno successivo, mercoledì 14 novembre.

Il primo reinsediamento dal Niger. E’ il primo reinsediamento dal Niger al nostro Paese, a un anno di distanza dal lancio dell’Emergency Transit Mechanism, programma dell’Alto Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite (Unhcr), che evacua per via aerea, dal Niger alla Libia, persone intrappolate nei centri di detenzione della Tripolitania, lavorando anche con rifugiati arrivati in Niger via terra, in fuga dalle violenze in Libia. Altre operazioni simili potrebbero seguire.

Da Niamey alla Romagna. A 25 anni, Mahmoud Zakaria è uno di loro. Uno dei pochissimi uomini soli, in un gruppo composto da famiglie numerose, giovani donne e coppie, provenienti da Eritrea, Somalia, Sudan, Etiopia e Camerun. Ad aspettarli, dopo poco più di quattro ore di volo diretto, da Niamey all’aeroporto militare di Pratica di Mare, troverà giornalisti, organizzazioni umanitarie e il ministro dell’interno Matteo Salvini. L’accoglienza dei rifugiati sarà poi garantita dalla Comunità Papa Giovanni XXIII, in strutture della provincia di Rimini, tanto che nel vecchio aeroporto internazionale di Niamey, la capitale del Niger, in molti chiedono “where is Rimini?”, dov’è Rimini, se sia lontana da Roma.

In fuga da una vita. Zakaria è stato in fuga da quando aveva dieci anni. “Mi risuonano ancora in testa i rumori dei bombardamenti, come se fosse successo ieri”, dice, ricordando i momenti peggiori dell’offensiva scatenata dal presidente sudanese Omar Al Bashir contro le popolazioni del Darfur, immensa regione dell’ovest del paese, rea di aver ospitato gruppi indipendentisti armati. Una repressione che causò centinaia di migliaia di morti e un mandato di cattura per genocidio da parte della Corte Penale Internazionale contro Al Bashir, ancora oggi al potere grazie a crescenti supporti internazionali.

Rifugiato in Ciad. Nel 2004, Zakaria segue la famiglia e migliaia di connazionali, attraversando la frontiera con il Ciad, dove – racconta – “nel 2009 ci riconobbero come rifugiati, nel campo profughi di Breidjing”. Nonostante la presenza di organizzazioni internazionali, che gli garantiscono un’assistenza di base e l’accesso all’educazione, fino a completare le scuole superiori, “la vita in Ciad diventa sempre più difficile”, prosegue il giovane. Come la memoria di molti viaggiatori, quella di Zakaria è costellata di date: per ognuna, una violenza, un abuso.

Nell’inferno libico. “Nel giugno 2009 banditi ciadiani hanno picchiato me e mia madre, lasciandoci in un bagno di sangue”, ricorda, “poi episodi simili sono capitati a sorelle, amici, conoscenti, uno dietro l’altro: il Ciad non era più sicuro”. La Libia, meta successiva di Zakaria, che sogna di frequentare l’università, diventa però un incubo senza fine, fatto di detenzione, tentativi di fuga via mare, torture. Di una fratellanza difficile, estrema, con altri compagni di viaggio. “Sapevo che era pericoloso, ma pensavo di lavorare un po’ e poi lasciarla alle spalle, per attraversare il mare”.

Rifugiati in Niger. L’unica, temporanea, via di fuga, diventa il Niger. A inizio 2018, Zakaria attraversa di nuovo il Sahara, in direzione opposta. Con lui, quasi 2000 connazionali, bloccati in Libia. Tra le voci che si rincorrono nelle città del Sahara, dal Fezzan al Ciad, compare Agadez, come possibile soluzione. UNHCR ha appena aperto, con l’ong Coopi, dei centri per richiedenti asilo, con l’idea di ospitare chi, nel flusso di persone dirette verso nord attraversando il Niger, stia fuggendo da persecuzioni e violenze. Alcuni paesi europei, Francia in testa, sono disponibili ad accoglierne qualche migliaio.

Da Agadez a Niamey. L’arrivo dei sudanesi cambia però le carte in tavola. In migliaia, sono fuggiti dalla Libia, in cerca di un futuro in Niger, tanto che UNHCR dovrà allestire un centro apposito, inaugurato ad agosto a 15 chilometri da Agadez. Accerchiato da minacce securitarie e colpito da un calo del transito di migranti verso nord, linfa per l’economia di Agadez, il Niger non offre molto. Per Mahmoud e altri sudanesi, identificati come i più vulnerabili, si apre però la porta del reinsediamento. Da Agadez viene trasferito a Niamey, in attesa di ripartire.

L’evacuazione di emergenza. “E’ un progetto salva-vita”, dice Alessandra Morelli, rappresentante di UNHCR in Niger, “che vuole tirare fuori dai centri di detenzione libici chi non vede nessuna alternativa, garantendo un transito in un posto sicuro, come il Niger, dove il governo ha tenuto le frontiere aperte, in modo ammirevole”. 1675 le persone evacuate dalla Libia al Niger da novembre 2017, 890 quelle partite per Francia, Germania, Svezia, Belgio, Svizzera, Canada, Finlandia, USA e, con oggi, Italia. 1150 circa rimangono nel paese, in attesa di un processo che, spiega Morelli, “deve essere fluido, veloce, perché più persone vengono reinsediate dal Niger, più possiamo tirarne fuori dalla detenzione in Libia”.

Un naufragio dei diritti. Sono 57mila i rifugiati e richiedenti asilo registrati da UNHCR in Libia. In migliaia affollano centri di detenzione in cui torture e violenze sessuali sono quotidiane. Organizzazioni umanitarie e di tutela hanno denunciato negli ultimi giorni la cooperazione europea con la Libia: “stiamo assistendo a un naufragio dei diritti umani, e l’UE non accenna a rivedere la propria cooperazione con la Libia, preferendo ridurre gli arrivi che salvare vite”, ha scritto il Danish Refugee Council. “Migliaia di bambini, donne e uomini, sono vittime di politiche crudeli, che trattengono migliaia di persone in condizioni di orribile abuso”, ha detto nei giorni scorsi Heba Morayef di Amnesty International.

Riportati in Libia. 14.249 persone, secondo dati delle autorità libiche, sono state intercettate e riportate a terra dalla Guardia Costiera del paese nei primi 10 mesi del 2018. In 315 sono stati fermati il 7 novembre, su tre imbarcazioni, mentre al momento della pubblicazione dell’articolo, 95 persone, soccorse da un mercantile a largo della Libia e condotte a Misurata, rifiutano di sbarcare. Per chi viene riportato a riva, si riapre infatti la strada della detenzione, con il suo ciclo di violenza estrema. A testimoniarlo, anche alcune delle persone atterrate oggi in Italia: fuggite via mare, fermate da Guardia Costiera libica e milizie e sopravvissute a mesi di detenzione, fino al volo per il Niger e da qui, finalmente per un’Italia immaginata dall’altra sponda del Mediterraneo.


SITO UFFICIALE: http://www.repubblica.it/rss/solidarieta/rss2.0.xml