ROMA – Non bastavano le drammatiche conseguenze di un conflitto mai finito, tra gruppi armati e l’esercito nigeriano. Adesso nuove tensioni tra pastori Fulani e agricoltori fanno temere altre violenze in Nigeria, il Paese pù popoloso del continente, con oltre 201 milioni di abitanti. Il conflitto – ancora praticamente sconosciuto e ignorato, fuori dagli orizzonti dei media internazionali – è al momento strettamente connesso con i cambiamenti climatici, e negli ultimi tre anni ha già provocato la morte di più di 4 mila persone.

I tre fattori all’origine delle tensioni. Tre fattori alimentano oggi queste tensioni che coinvolgono centinaia di migliaia di cittadini nigeriani: i cambiamenti climatici; la crescita impetuosa della popolazione; la desertificazione che sembra inarrestabile del Nord del Paese, dove appare ormai impossibile allevare bestiame. Succede così che i pastori Fulani, che normalmente abitano nel Nord, non possono far altro che cercare nuovi spazi per pascolare e questo ha provocato i primi conflitti specialmente nelle regioni di Adamawa, Benue, Kaduna, Taraba e Zamfara. In sostanza, si sono riaccese le tensioni ataviche, all’origine di molte guerre civili, tra pastori e agricoltori. Un conflitto monitorato da Amnesty International, a partire dal 2016 e che, stando agli ultimi aggiornamenti sembra riacuirsi.

Già 1,8 milioni di sfollati. Ecco, in questo quadro già difficile e complesso, con l’arrivo delle piogge, nella Nigeria Nord Orientale, si profila il rischio di un’epidemia di malaria, che si aggiunge ai livelli crescenti di insicurezza ed agli sfollamenti forzati. Si stima che siano 1,8 milioni le persone sfollate negli stati nord-orientali di Borno, Adamawa e Yobe. La maggior parte sono donne e bambini costretti, con la violenza, a lasciare le proprie case. Vivono ora in campi gestiti dalle autorità statali o allestiti informalmente a fianco delle comunità locali e dipendono per lo più dall’assistenza umanitaria per sopravvivere. “Condizioni di vita e bisogni umanitari restano gravissimi”, denuncia Medici Senza Frontiere (MSF).

Un conflitto mai finito.  MSF richiama oggi l’attenzione del mondo sulla Nigeria, dove lavora dal 1996. Ha iniziato a rispondere a questa crisi nel 2014, ma la più ampia risposta umanitaria è iniziata più lentamente: molte aree restano ancora oggi insicure, il che rende difficile fornire assistenza. Oggi fornisce cure mediche a Gwoza, Maiduguri, Ngala e Pulka nello stato di Borno. Ad oggi, gli operatori umanitari possono lavorare solo nelle enclavi controllate dall’esercito nigeriano e non possono accedere ad altre aree al di fuori del controllo militare. Ma anche in queste enclavi i bisogni delle persone restano insoddisfatti. Per questo molti hanno lasciato la relativa sicurezza dei campi, rischiando la vita per cercare fuori cibo e legna da ardere.

Borno, necessario aumentare il sostegno agli sfollati. Sebbene la risposta umanitaria sia aumentata negli ultimi anni, le lacune nel sostegno alle comunità di sfollati non sono state adeguatamente affrontate.  “Da quando siamo arrivati in questo campo otto mesi fa, non abbiamo avuto nemmeno una latrina da poter usare. Defechiamo tutti all’aperto, in un’area qui vicino”, racconta Lami Mustapha, una donna di 40 anni che vive con i suoi otto figli in un campo informale a Maiduguri, la capitale dello stato di Borno. Rabi Musa, una madre di 50 anni con 10 figli, ha raccontato agli operatori di MSF di come la vita nei campi informali non sia affatto facile. “Dobbiamo tutti chiedere l’elemosina, compresi i miei figli, o svolgere lavori molto umili per sopravvivere. Non c’è nessuna forma di assistenza per noi”.

Campi ufficiali e non ufficiali. “Negli ultimi sei anni sono stata costretta a spostarmi tre volte. Le prime due volte sono fuggita da violenti attacchi, la terza per le difficili condizioni di vita” racconta Yakura Kolo, una donna di 30 anni che vive in un campo sfollati con i suoi cinque bambini. Nei campi sfollati ufficiali la restrizione della libertà di movimento mina le opportunità di autosufficienza e impedisce alle persone di coltivare i campi, rendendole fortemente dipendenti dall’assistenza umanitaria per sopravvivere, oltre ad aggravare i traumi fisici e psicologici vissuti in un decennio di violenza. Nei campi informali le persone vivono in condizioni di sovraffollamento in piccoli appezzamenti di terra, con scarse infrastrutture e supporto umanitario per garantire che i loro bisogni di base vengano soddisfatti. Molte famiglie dormono in minuscole capanne fatte di teli di plastica, vestiti o tessuti strappati che non riescono a resistere nemmeno a brevi periodi di pioggia.

Monsoni in arrivo, altro rischio di espansione della malaria.  Con l’arrivo della stagione delle piogge, la salute degli sfollati può facilmente peggiorare. È verosimile che possa esserci un aumento dei casi di malaria e le persone che non hanno ricevuto trattamenti di prevenzione sono particolarmente esposte (a Maiduguri il numero di posti letto è stato aumentato da 80 a 210, per la malaria). Oltre a questo, MSF sta implementando una campagna di prevenzione a Banki, Bama, Rann, Ngala e Pulka, per fornire dosi di farmaci anti-malarici per i bambini di età compresa tra i tre mesi e i 5 anni. In tutto il Borno, le inondazioni durante la stagione delle piogge hanno danneggiato le infrastrutture igienico-sanitarie e la mancanza di acqua pulita sta aumentando la vulnerabilità delle persone, in particolare dei bambini, a malattie trasmesse dall’acqua come il colera. MSF ha allestito centri di trattamento del colera, con 100 posti letto a Maiduguri e 60 posti letto a Ngala, per rispondere tempestivamente a una potenziale epidemia.

Maiduguri, popolazione raddoppiata. L’afflusso di sfollati da tutta la regione ha raddoppiato il numero degli abitanti, da uno a due milioni di persone. Nonostante l’alta concentrazione di organizzazioni umanitarie e aiuti in quest’area, i bisogni sono enormi e i servizi medici non hanno sufficienti risorse. MSF gestisce il più importante programma di nutrizione terapeutica nel distretto di Fori a Maiduguri, dove si prende cura di bambini gravemente malnutriti con complicazioni mediche. Qui vengono ammessi fino a 300 bambini ogni mese ma a maggio e giugno il numero dei pazienti malnutriti è aumentato –  non c’è abbastanza cibo per coprire il periodo tra un raccolto e l’altro – ed alcuni non sono riusciti a essere ricoverati perché il centro nutrizionale era pieno.

Gli altri centri. Fuori Maiduguri, MSF fornisce assistenza nelle cittadine di Pulka, Gwoza e Ngala e gestisce un ospedale pediatrico nel distretto di Gwange  con un’unità di terapia intensiva che può anche rispondere a epidemie di malattie infettive (nel 2019, più di 3000 bambini col morbillo sono stati ricoverati e curati qui). “Essendo l’unica struttura in grado di offrire cure specialistiche in tutta l’area, stiamo facendo il possibile per assorbire l’aumento dei pazienti e il peggioramento delle condizioni sanitarie dovuto a fattori stagionali e alle precarie condizioni di vita”, spiega  Ewenn Chenard, coordinatore di MSF a Ngala. “In questi campi arriva una media di oltre 750 persone ogni mese. Oltre 60mila persone sfollate vivono in meno di un chilometro quadro di terra, per la maggior parte in fragili ripari di fortuna che vengono facilmente danneggiati dalle tempeste di vento e sabbia e dalle forti piogge”.

E poi c’è la guerra mai vinta contro Boko Haram. Al di là degli annunci del governo, la guerra contro la setta jihadista che scorrazza dal 2009 nel Nord del Paese e che finora ha provocato qualcosa come 20mila morti, non sembra affatto vinta. Tutti i proclami di vittoria e di contrasto alle violenze dei “tagliagole” islamisti vengono puntualmente smentiti da video diffusi dai vertici dell’organizzazione. Dunque, il conflitto tra Boko Haram e lo Stato nigeriano è ben lontano da essere risolto e questo rappresenta una spina nel fianco del governo, in questo via-vai di notizie rassicuranti e smentite, che s’inquadra nella odierno, intrecciato e opaco contrasto al terrorismo contemporaneo. 


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