Ieri a tarda notte si è concluso lo sbarco degli 83 migranti a bordo della Open Arms, la nave spagnola da 19 giorni in mare a largo di Lampedusa. Ma resta aperto un altro caso: in alto mare tra la Sicilia e Malta la Ocean Viking di Sos Mediterranée e Medici senza frontiere attende da 11 giorni con 356 persone a bordo – per un terzo minorenni che viaggiano da soli, 5 donne e 4 bambini – dopo aver chiesto un porto sicuro.

La Francia ha fatto sapere di essere pronta ad accogliere alcuni dei migranti che si trovano a bordo. “Ci impegniamo allo stesso livello della Open Arms per garantire che possano sbarcare al più presto le persone che si trovano su queste navi”, ha dichiarato ieri il ministro dell’Interno, Cristophe Castaner.

Rispetto alla nave della ong spagnola, Parigi ha promesso di farsi carico di 40 migranti, ma questo non significa che si tratterà esattamente dello stesso numero. Il ministro ha poi precisato che sarà “proporzionale”, lasciando intendere che potrebbe essere più elevato in base alla ripartizione con gli altri Paesi.

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“Stiamo facendo del nostro meglio, ma non immaginavamo che sarebbe durato così a lungo”, ha detto Jay Berger, coordinatore della missione Msf.  Alcuni dei migranti “sono stati anche due o tre giorni senz’acqua” prima di essere soccorsi. I primi 85 naufraghi sono stati recuperati il 9 agosto e ora sono al 12esimo giorno a bordo della Ocean Viking.

Il 12 agosto sono stati accolti altri 105 migranti che ora dormono sul ponte di legno, dove sono stati approntati dei giacigli di fortuna. Ma lo spazio è ormai limitato e la tensione nelle ultime ore è salita: medici e psicologi di Sos Mediterranée e Msf sono dovuti intervenire più volte per riportare la calma.

A bordo vengono distribuiti viveri e bibite, ci sono sei docce ma si tenta di risparmiare l’acqua e nonostante i teloni stesi tra i container per fare ombra, sul ponte rovente l’attesa è sfiancante. E la situazione psicologica non è affatto facile, raccontano i volontari che assistono i migranti, perlopiù provenienti da Darfour e Sudan. La maggior parte di loro ha subito violenze e torture in Libia, e tutti sono passati per la prigionia prima di trovarsi in alto mare, in cerca di un porto sicuro.

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Carlo Verdelli
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