Forse uno scambio di persona; un delitto, quello dei Murazzi, ancora senza movente. Ma ora alla sequenza di drammatiche coincidenze nell’omicidio di Stefano Leo si aggiunge un altro tassello da chiarire: l’assassino avrebbero dovuto essere in carcere il 23 febbraio? Con ogni probabilità, sì. La sentenza di condanna a un anno e sei mesi per i maltrattamenti all’ex compagna di Said Mechauat era infatti definitiva già dal 2018. Ma per qualche corto circuito tra uffici giudiziari gli atti non sono mai stati trasmessi al pm dell’esecuzione della procura che non ha potuto disporre l’ordine di carcerazione.

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Una casualità incredibile, un ritardo spiegabile forse con la carenza di personale in Corte d’Appello. I magistrati torinesi stanno ancora cercando di capire perché la procedura si sia inceppata. Erano più di uno i precedenti giudiziari del killer di Leo. Da minore aveva commesso una rapina e aveva ottenuto il perdono giudiziale. Subito dopo aver compiuto la maggiore età aveva avuto guai a Milano per resistenza e lesioni. E nel 2014 l’ex compagna l’aveva denunciato per maltrattamenti.

Il processo di primo grado si è concluso nel 2015 con la condanna a un anno e sei mesi di carcere senza sospensione condizionale della pena proprio in virtù dei precedenti. Il suo avvocato Basilio Foti ha depositato il ricorso in appello ma i giudici l’hanno dichiarato inammissibile e nel 2018 la sentenza è diventata definitiva. Impossibile stabilire, al momento, da quanti mesi avrebbe dovuto essere in carcere.

 
 
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