ORISTANO – Un ergastolo, trenta e sedici anni per omicidio premeditato pluriaggravato, occultamento e soppressione di cadavere. I tre ragazzi – tutti ventenni e di Ghilarza – sono stati condannati con il rito abbreviato dal tribunale di Oristano per l’omicidio di Manuel Careddu. Il 18enne di Macomer era stato ucciso, e sepolto, l’11 settembreper un debito di droga di circa 400 euro.
 
Ergastolo per Christian Fodde, considerato l’esecutore materiale del delitto: sua la mano che – al buio – secondo la sentenza ha colpito con una piccozza il cranio della vittima per poi finirlo a badilate; trent’anni per Riccardo Carta, in auto con gli altri amici. Grazie al suo racconto – successivo all’arresto – è avvenuto il ritrovamento del corpo, rannicchiato in una piccola buca, in un altro terreno in uso alla famiglia di Fodde. Sedici anni, infine, al terzo maggiorenne del gruppo: Matteo Satta, è lui il custode dei cellulari degli altri quattro diretti al lago quella notte. Un passaggio considerato determinante nelle indagini coordinate dal procuratore Ezio Domenico Basso e condotte dai carabinieri del Reparto operativo guidati dal colonello David Egidi. Quella consegna è considerata il tentativo di costruzione dell’alibi: così il viaggio verso il lago non sarebbe stato tracciato. I quattro hanno tentato di convincere anche Manuel con un racconto surreale a lasciare il suo cellulare, senza però riuscirci.
 
La sentenza è arrivata alle 15 circa, la gup Silvia Palmas è stata in camera di consiglio  tutta la mattina. L’unico a non aver sconti è stato Christian Fodde che si era dichiarato pentito pochi giorni fa; per Carta era stato chiesto l’ergastolo e per Satta la condanna a trent’anni. In meno di un anno sono così arrivate le condanne di primo grado per il gruppo, composto da cinque membri, anche se durante le indagini è emersa l’ipotesi di un sesto uomo.
La scorsa settimana sono arrivate le condanne per i minori: tra cui la ragazza, al tempo fidanzata di Fodde, considerata la mente della trappola, e un altro diciassettenne. I due dovranno scontare sedici anni, quasi la lunghezza della loro vita attuale. Secondo la ricostruzione ognuno di loro ha avuto un ruolo specifico e un diverso livello di responsabilità. I cinque hanno orchestrato un piano e la promessa di ottenere indietro quel credito da un terzo creditore, un personaggio strambo e del tutto inesistente. Una sorta di vendetta estrema perché Manuel aveva chiesto quella cifra alla madre della giovane. Dopo l’omicidio il corpo è stato spostato e sepolto nel terreno di famiglia. Per un mese, mentre si susseguivano gli appelli e le ricerche, sono rimasti in silenzio conducendo una vita normale. Tutto è stato ricostruito grazie alla cimice collocata – per indagini legate a un altro reato – nell’auto del padre di Fodde, utilizzata dal gruppo. Nelle intercettazioni i preparativi della spedizione, la piccozza e la pala caricate nel cofano, l’incontro con Manuel alla stazione dei bus e i dettagli audio del delitto. Anche nei giorni successivi.
 
Con sul braccio tatuato il volto del suo ragazzo hanno assistito a tutte le udienze la madre della vittima, Fabiola Balardi, e il padre, Corrado Careddu: con i rispettivi legali si erano costituiti parte civile.
“E’ giusto che mio figlio paghi”. Alla lettura della sentenza, così ha commentato il padre di Matteo Satta, condannato a 16 anni e 8 mesi per il concorso nell’omicidio. Che la posizione di Satta fosse differente da quella degli altri imputati lo si era già capito dalla precedente udienza, quando sia il padre che la madre del 18enne ucciso si erano avvicinati al genitore e alla sorella di Matteo, sempre presenti in tribunale, per far capire che non lo consideravano al pari degli altri e che ritenevano fosse stato messo in mezzo da Fodde e dal resto del gruppo. Satta ha sempre sostenuto con forza di non essere stato a conoscenza del piano di uccidere Careddu.

 
 
 
 


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