È stato un errore di persona. Medhanie Tesfamariam Behre viene condannato per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina a 5 anni. Il falegname eritreo secondo la Corte d’Assise ha comunque contattato e ha versato denaro ad un trafficante. “La misura cautelare prevista per questo tipo di reato, il favoreggiamento dell’immigrazione, non può arrivare a tre anni. Quindi è stata disposta scarcerazione immediata e l’inefficacia della misura”, spiega l’avvocato Michele Calantropo.

Non è lui. La seconda sezione della Corte d’Assise ha emesso in sentenza una ordinanza di scarcerazione per Medhanie Tesfamariam Behre, l’eritreo di 32 anni in carcere dal 24 maggio del 2016. Non è “il generale” nemmeno per la corte presieduta da Alfredo Montalto ma va comunque condannato a 5 anni perché con un trafficante ha avuto contatti telefonici. Tre le telefonate che lo hanno incastrato, quelle per i viaggi del cugino Samson Gherie.

Telefonate che sono state il punto di forza dell’accusa, rappresentata in aula dai pm Calogero Ferrara e Claudio Camilleri, che per quell’uomo avevano chiesto 14 anni di carcere. Una condanna però chiesta per Medhanie Yedhego Mered. Ma sta di fatto che quell’uomo, difeso dall’avvocato Michele Calantropo, è rimasto in carcere con l’accusa di essere uno spietato trafficante.

Medhanie Tesfamariam Behre era accusato di essere “il generale” Mered Medhanie Yedhego, che sulla pelle dei migranti avrebbe fatto affari d’oro. Il giovane, però, ha sempre detto che si è trattato di uno scambio di persona. Diverse le testimonianze a suo favore, alle quali la procura ha risposto con intercettazioni telefoniche, chat e una perizia calligrafica.

Nel corso del processo il legale dell’uomo ha anche presentato istanza di scarcerazione. Soprattutto dopo il risultato del confronto tra il Dna dell’eritreo e quello del figlio di tre anni del “generale”. Era già certo, per la scienza, che l’uomo in carcere non era il padre di quel bambino partorito da Lydia Tesfu. E’ la donna ad avere indicato il padre in Mered Medhanie Yedhego. Il risultato del prelievo del Dna, eseguito dalla difesa dell’uomo in carcere nella scorsa estate, però non è stato accolto come prova dalla Corte d’Assise.
 


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