MILANO – Nel 1989 Capo Verde era l’unico Stato africano ad aver abolito la pena di morte; oggi, tra paesi abolizionisti de facto e de jure, l’omicidio legalizzato resiste solo in dieci nazioni. Dopo l’Europa, il continente nero si candida a diventare il secondo senza pena di morte. “L’Africa non uccide più” (Infinito Edizioni) di Antonio Salvati della Comunità di Sant’Egidio racconta questo cammino con una mappa completa, paese per paese. Le notizie più brutte dall’Egitto di al-Sisi: oltre 2400 condanne a morte e almeno 144 “omicidi legalizzati” dall’estate 2013.

La più grande commutazione di massa. Il 3 agosto 2009 il presidente del Kenya trasforma in ergastolo 4mila condanne a morte. Il Consiglio degli Ulema che, nel 2017, riscrive le norme sull’apostasia stabilendo che in Marocco chi vuole abbandonare l’Islam non rischia più la vita. L’annuncio, pochi mesi fa, che la Guinea equatoriale e il Centrafrica presenteranno un disegno legge per abolire la pena di morte. Sono solo alcune delle tante tappe per cui l’Africa va configurandosi come il secondo continente sulla strada della cancellazione della pena capitale, dopo l’Europa.

La svolta di un continente. Da un paese abolizionista a solo 10 mantenitori. “L’Africa non uccide più” propone una mappa completa, Paese per Paese, in cui il lettore può trovare notizie e analisi sulla pena di morte nell’intero continente, la sua applicazione, le moratorie e la lotta per abolirla. L’autore ha un duplice sguardo: osservatore, ma anche impegnato con la Comunità di Sant’Egidio nella lotta contro l’omicidio legalizzato. I numeri parlano chiaro: nel 1989, quando Amnesty International cominciò a censire la situazione globale, l’ex colonia portoghese del Capo Verde era l’unico Paese africano ad aver abolito formalmente la pena di morte. Trent’anni dopo, tra Stati abolizionisti de jure e de facto, si arriva a quaranta. È più facile elencare la minoranza che la mantiene: Botswana, Ciad, Egitto, Gambia, Sudan, Guinea Equatoriale, Libia, Nigeria, Somalia, Sudan del Sud. Le ultime abolizioni arrivano dal Benin (2016), dalla Guinea Conakry (2017) e dal Burkina Faso (2018).

Il ruolo della società civile e l’impegno di Sant’Egidio. Spiega Salvati: “La lotta alla pena di morte è diventato un elemento importante nell’ambito delle relazioni internazionali della Comunità. La battaglia è associata alla ricerca di una vera giustizia, non vendicativa ma riabilitativa. Aspira a un più alto livello di civiltà e di difesa dei diritti umani di tutti, vittime e colpevoli dei crimini. Significa difendersi dal rischio di abbassarsi allo stesso livello di coloro che hanno commesso gravi crimini contro la persona”. Da undici anni un momento importante sono gli incontri “A world without death penalty”, organizzati a Roma da Sant’Egidio. Nell’ultimo del 28 novembre, a cui hanno partecipato oltre venti ministri della Giustizia africani e asiatici, Flavien Mbata ha annunciato che il Centrafrica è intenzionato ad abolire la pena di morte.

Un’idea di giustizia diversa da quella africana. Come ricorda Luciano Eusebi, docente di Diritto penale all’Università Cattolica che firma l’Introduzione, la giustizia tradizionale africana non coltiva l’idea della vendetta e della punizione fine a se stessa. Malgrado le tante tragedie che contraddistinguono il continente, è infatti molto forte l’idea che la giustizia sia chiamata a ristabilire rapporti e sia un fatto sociale. Tra le ultime buone notizie, il 7 maggio scorso Aboubacarr Tambadou, ministro della Giustizia del Gambia, ha dichiarato che il presidente Adama Barrow ha commutato la condanna a morte in ergastolo di tutti i 22 prigionieri condannati alla pena capitale: “Non c’è più nessuno nel braccio della morte”, ha precisato. Da sotto la regione sahelo-sahariana arriva un altro dato positivo: le condanne diminuiscono da 878 nel 2017 a 212 nel 2018, soprattutto grazie al drastico calo in Nigeria.

L’Egitto di al-Sisi e il record negativo. Le notizie peggiori arrivano dall’Egitto e da N’Djamena. Il 31 luglio 2015 il Parlamento ciadiano ha approvato all’unanimità un disegno di legge anti-terrorismo, che reintroduce la pena di morte, soppressa appena sei mesi prima, in seguito agli attentati del gruppo islamista di Boko Haram. L’Egitto del presidente Abdel Fattah al-Sisi è da record: oltre 2400 condanne a morte e almeno 144 “omicidi legalizzati” dall’estate 2013. Le esecuzioni sono aumentate da 35 nel 2017 a 43 nel 2018, mentre il numero di condanne a morte registrato è salito fino a un impressionante 717. Da quando i militari hanno preso il potere, infatti, le corti egiziane ordinarie e militari hanno spesso condannato a morte per reati connessi a episodi di violenza politica, dopo processi iniqui spesso basati su “confessioni” estorte sotto tortura e dopo indagini di polizia viziate da errori.

Sud Sudan e Libia, altri fronti di preoccupazione. Nella mappa sull’omicidio di Stato proposta da Salvati, emerge che anche nel giovane Sudan del Sud la situazione è preoccupante: dalla sua nascita (2011) ad oggi sono state condannate a morte 140 persone, 32 delle quali sono eseguite. Segnali preoccupanti dalla Libia: nel 2018 non sono state registrate esecuzioni, ma ad agosto una corte d’appello ha condannato a morte per fucilazione 45 sostenitori dell’ex leader Mu‘ammar Gheddafi per omicidi commessi a Tripoli durante la rivolta del 2011. La Missione di supporto delle Nazioni Unite (Unsmil) ha espresso preoccupazione, sottolineando la sua totale opposizione alla pena capitale, pur riconoscendo gli sforzi della magistratura libica per incriminare le persone responsabili dei reati nel 2011.


SITO UFFICIALE: http://www.repubblica.it/rss/solidarieta/rss2.0.xml