“Se 25 anni fa mi avessero chiesto a che punto saremmo arrivati dopo un quarto di secolo, non avrei mai potuto immaginare la situazione attuale. Avrei pensato che ci sarebbe stata molta più tensione. Invece no. I rwandesi non sono vulnerabili, sono resistenti. Dentro”.

Philip Gourevitch, 58 anni, scrittore e giornalista del The New Yorker, è considerato a livello internazionale il Primo Levi del Rwanda. E dal celebre autore italiano riprende le famose parole: “E’ avvenuto, quindi può avvenire di nuovo”.

Arrivato nel Paese delle mille colline verdi nel 1995, un anno dopo il massacro dei 100 giorni (compiuto dal 7 aprile ad agosto), in cui morirono quasi 1 milione di Tutsi (mille ogni 20 minuti)  per mano degli hutu, Gourevitch approfondisce il concetto del perdono per chi vive a due metri da chi gli ha sterminato l’intera famiglia, ponendosi lui stesso delle domande.

Perdono e memoria. 25 anni dal genocidio in Rwanda, Gourevitch: "Non mi aspettavo tale resilienza"

Philip Gourevitch

Si reca in Rwanda ormai quasi ogni anno dal 1995, cosa è cambiato in questi 25 anni?
“25 anni possono essere un tempo molto lungo ma anche molto breve. La maggior parte della gente che vive in Rwanda ora, è nata dopo il genocidio. Quelli che davvero lo rivivono ancora e lo soffrono, sono gli adulti. Quando è successo e nel periodo subito successivo, la ferita era completamente aperta. Ora non è più così intenso, ma è ancora presente.”

Come viene vissuto il mese di aprile?
Il mese di aprile coglie ancora la gente quasi di sorpresa. Si sentono strani tutto il giorno. E improvvisamente la memoria si riaccende. E si ricordano il dolore della morte dei propri famigliari. Tutto il mese di aprile è pieno di questi sentimenti. E’ già successo 25 volte. Non è più così intenso. La gente ora sa chi è chi. Ha meno paura. Tanti criminali sono stati condannati. Le persone si sentono più al sicuro. Ed è merito dei gacaca (le corti stabilite nel 2001 e terminate nel 2012, con giurisdizione sugli accusati di aver commesso atti di genocidio e crimini contro l’umanità. Ogni distretto aveva il suo gacaca, dove gli accusati erano stati giudicati da un collegio composta da giudici nominati o eletti tra i membri della popolazione considerati più adatti per formazione o più saggi, ndr). Prima che inziassero i gacaca c’era una forte tensione tra la gente. Si guardavano da nemici. Pensavano “come posso guardare quella persona senza immaginare quello che ha fatto, ne ho paura”.

I gacaca a cosa sono serviti, a parte incriminare più di due milioni di hutu?
Sapere che quelle persone erano sotto processo non ha certo aiutato a sanare le ferite. Non è che le cose si sistemavano perché c’era un processo e un’incriminazione. Levava sicuramente un poco di pressione”.

Se ne parla ancora tra la gente?
“Ci sono delle famiglie in cui se ne parla. Altre in cui c’è solo silenzio. Le esperienze sono molto diverse. E così si cresce anche in modo diverso”.

Qual è la differenza tra chi lo ha vissuto e chi è nato dopo?
“Grande. Dopo il genocidio il governo ha detto a gran voce a tutta la popolazione: “Noi tutti siamo Rwanda. Da ora in poi non siamo più né tutsi ne hutu”. La  gente si domandava, “come si fa a smettere di essere di quella etnia?”. Diventava un’identità secondaria e non più primaria. E’ stato come se gli avessero affibbiato un’identità artificiale non più basata sull’etnia. Ma è stata proprio quell’identità etnica che ha provocato il genocidio. Era reale,  perché scorreva il sangue e c’era stata la guerra. Si dicevano “la mia famiglia è stata uccisa per questa identità. Quindi per me è una identità reale”. In tanti hanno pensato che non avrebbe mai funzionato”.

E i giovani nati dopo?
Loro si sentono rwandesi, né hutu né tutsi. Hanno un’attitudine diversa. Anche in America, se gli chiedi “di dove sei, chi sei?” Loro rispondono “rwandesi”. E se gli chiedi “hutu o tutsi?” Loro rispondono “è una domanda brutale”. Si sentono in modo diverso. Se chiedi loro “come ti relazioni alle vecchie generazioni?”, dopo aver ben distinto tra chi appartiene alle famiglie dei sopravvissuti, dei killer, delle vittime o dei rifugiati. Molti dicono “i miei genitori erano pazzi”. Questo fa la differenza. C’è una generazione divisa”.

In Rwanda vittime e responsabili del genocidio coesistono. Che ne è del perdono e della coesistenza? Sono reali? Funziona?
“Non è facile per me capire se il perdono è vero o no. A volte penso che sia reale. Non è stata una guerra ma una mattanza. Hanno cercato di non essere ammazzati e non hanno neanche reagito violentemente. Come puoi perdonare chi ti ha ucciso la famiglia? “Ok lo riconosco e ti chiedo scusa”. Ma è semplicistico. A volte sembra un messinscena teatrale. Alcuni dicono “ok ti perdono”,  e non li vedono più. Nessuno ci crede in realtà.  A posteriori pensano di averlo accettato. L’esistenza di quella persona non li affligge più. Non li senti più. Non vuoi nulla da loro e non pensi che loro ti debbano qualcosa di più di quello che hanno già fatto. Potremmo paragonarlo a qualcuno che ti deve dei soldi e non te li dà. Sì, puoi perdonare, ma non dimentichi. Rimane un conto da pareggiare.”

Come ne parlano, quando ne parlano, di chi ha sterminato le loro famiglie?
“Non parlano molto delle persone che li hanno danneggiati, ma del loro personale sollievo. Il risentimento è velenoso e ti rovina la vita. Meglio non pensarci e rendere il cuore più forte. In molti si sentono meglio. Altra gente ha invece dei momenti molto difficili. E’ molto complesso dare una definizione precisa, perché il massacro continua ad agire dento di te giorno dopo giorno.”

Come ha cambiato la sua vita quello che è accaduto in Rwanda?
“Mi ha reso più pacifico. Quando ci sono andato ero devastato. Ora ho piacere di andarci. Vedo le persone con cui ho parlato, che ha subito dei crimini brutali, che ora sta molto meglio. Gestiscono meglio i loro sentimenti, e questo mi fa piacere”.

L’Occidente è stato a guardare e in alcuni casi ha contribuito. Stiamo ripetendo gli stessi errori da qualche parte?
“Non è che l’Occidente non è che ha fallito, semplicemente non ha fatto nulla. Ha avuto successo nel riuscire a non esserci. Te la devi vedere da solo: muori. Forse se si è in Europa, nei Balcani ad esempio, interverrebbe. Ma mettiamo che intervengano. Migliorerebbero le cose? Guardiamo alla Libia. Cosa hanno fatto? Sono arrivati, hanno fatto saltare il tetto della casa e se ne sono andati. Oppure guardiamo al genocidio dei rohingya. Non ho sentito una parola pronunciata dalla Casa Bianca nei confronti di questa situazione tragica. Non cattura l’attenzione di nessuno. Ci sono tanti posti in cui non abbiamo saputo cosa fare. Dove siamo intervenuti abbiamo peggiorato le cose. Potrebbero agire non per cambiare ma almeno per aiutare. Ma non accade. Stessa cosa per i morti nel Mediterraneo. Non mi aspetto più un intervento delle forze occidentali per creare valore nell’umanità.”

Come sono i rwandesi?
“E’ gente incredibile. Sono molto diretti e spontanei. Parlano chiaramente. Ho pensato molto al fatto che se ci si trova in una situazione di grande pressione e di estrema ideologia, si tende a usare reazioni estreme. Non loro. E questo mi ha impressionato molto. Si sono trovati in situazioni drammatiche estreme, ma non hanno reagito in modo estremo. Hanno resistito e combattuto. Sono stati molto saggi in questo senso.Io avrei pensato che avrebbero assorbito questo estremismo e lo avrebbero esternato. No.”

 




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