La diagnosi sull’embrione chiesta da genitori che avevano già perso un figlio Il giudice dà loro ragione ma li obbliga a versare 5000 euro di spese legali. Non volevano vivere un altro incubo: mettere al mondo un figlio e perderlo di nuovo per colpa di una malattia genetica rara e terribile. Per questo, di fronte al rifiuto dell’Asl di Alessandria di autorizzarli a eseguire una diagnosi genetica preimpianto, avevano deciso di fare una causa civile.

Ora il tribunale di Vercelli ha dato ragione alla coppia: Cindy Barrot e Francesco Di Martino, 35 anni entrambi, hanno il diritto a vedersi garantito l’esame genetico a carico del servizio sanitario. Ma nonostante la vittoria riportata in tribunale, c’è una beffa che ha lasciato di stucco gli aspiranti genitori: il giudice ha “compensato” le spese legali. I coniugi dovranno quindi pagare circa 5000 euro, una somma addirittura leggermente superiore a quella che avrebbero sborsato per l’esame in una struttura privata a cui avrebbero potuto ricorrere mesi prima se non avessero fatto causa.

“È incomprensibile – commenta Cindy Barrot – viviamo con lo stipendio di operaio di mio marito e per questo non potevamo rivolgerci a cliniche. Nonostante sia stato riconosciuto il torto della Regione dobbiamo tirare lo stesso fuori i soldi solo perché abbiamo “osato” chiedere giustizia: soldi che non avevamo e non abbiamo. Ecco perché l’amministrazione dice sempre di no: il banco vince sempre”.

La storia che Cindy e Francesco Di Martino hanno portato in tribunale a luglio è drammatica. La coppia, residente a Casale Monferrato, nel novembre 2016 aveva fatto ricorso alla procreazione assistita. Ma la bimba, nata con parto cesareo, aveva vissuto solamente 35 giorni. Era affetta da rene policistico bilaterale, e il suo unico mese di vita l’aveva trascorso in terapia intensiva. La sua mamma aveva potuto tenerla in braccio solamente il giorno in cui aveva anche dovuto salutarla per sempre.
Marito e moglie avevano così scoperto di essere entrambi portatori sani del gene responsabile del rene policistico infantile recessivo e di avere un’alta probabilità di trasmettere nuovamente la malattia a un altro figlio. Per evitare di esporsi a un nuovo dramma, si erano rivolti ad aprile a un centro italiano pubblico autorizzato per la fecondazione assistita, quello di Arco, in provincia di Trento, dove avrebbero voluto avere una diagnosi genetica preimpianto. L’ospedale era disposto ad assisterli, tuttavia la coppia non era riuscita ad ottenere l’autorizzazione dall’Asl di Alessandria per l’esecuzione a carico del sistema sanitario regionale, giustificando il diniego in quanto “prestazioni non incluse nel nomenclatore tariffario regionale piemontese”.

Un ricorso cautelare per l’urgenza di avere una risposta

in tempi brevi è stato quindi depositato dall’avvocato Alexander Shuster che assiste la coppia. Il giudice Patrizia Baici ha condannato sia la Regione Piemonte, sia l’azienda sanitaria di Alessandria a garantire la diagnosi genetica preimpianto: un diritto fondamentale, in situazioni come quella della coppia, a tutela della salute. Con in mano la decisione del tribunale la coppia si è quindi recata a chiedere l’autorizzazione, ma la Regione ha continuato a rifiutare la prestazione, perché l’ente sta valutando il reclamo (l’appello in via cautelare).

“Ho dovuto mandare

una diffida – spiega l’avvocato Shuster – e se non otterremo l’ok chiederemo che la sentenza venga ottemperata per vie legali”. Ma allo sconforto si aggiunge la beffa delle spese. “Il giudice ha “compensato” le spese come in Italia si è soliti fare per la novità della questione oppure per la complessità. Questo tuttavia non era il primo caso nel nostro Paese ma il secondo, ed è assurdo che la coppia che ha vinto debba sostenere costi equivalenti a quella prestazione che avrebbe potuto ottenere subito in privato senza attendere mesi”.


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