Ci sono nomi di spessore, dirigenti del Ministero delle Infrastrutture, di Anas, di Autostrade per l’Italia e di Spea (delegata al monitoraggio della rete autostradale). Ma ci sono anche i “pesci piccoli”, i tecnici che non hanno controllato il viadotto con diligenza e le segretarie che hanno mentito o quantomeno depistato, nascondendo documenti importanti, lettere cartacee e mail. Tanto che per loro si aggiunge il reato di falso. Da ieri la lista degli indagati sul crollo di ponte Morandi lievita di parecchio rispetto ai 21 nomi della prima tornata: adesso si parla di una quarantina di persone, soggetti che in questi 200 giorni di inchiesta sono stati interrogati dai pm Massimo Terrile e Walter Cotugno, e anche dai militari del Primo Gruppo della Guardia di Finanza. Da testimoni sono diventati indagati. Chi sono?

«Non diamo nomi – dice il procuratore capo Francesco Cozzi – fino a quando non sarà notificato l’ultimo avviso di garanzia; non possiamo permettere che gli interessati sappiano dai giornali…». Qualche avviso è stato notificato già ieri e il resto sarà fatto oggi a Genova, Roma e Milano.

Secondo quanto trapela da ambienti investigativi, data la mole di lavoro, agli indagati è stata fatta la convocazione presso la caserma Testero di lungomare Canepa. E qui saranno notificati gli avvisi di garanzia. «A soggetti che hanno ricoperto cariche di responsabilità – aggiunge Cozzi – e possono avere interesse a difendersi nello svolgimento della prima parte di incidente probatorio davanti al gip e nella seconda che dovremmo chiedere a breve». Sulla scrivania del giudice Angela Nutini, oltre le relazioni dei suoi periti e dei consulenti di parte, ci sono già i 21 nomi della prima tranche, quelli iscritti dopo il crollo del 14 agosto scorso e tra i quali spicca Giovanni Castellucci, ex amministratore delegato di Aspi, due mesi fa rimasto “solo” nel Cda di Atlantia, la società che controlla Autostrade. Lui e gli altri per la morte di 43 persone sono chiamati a rispondere di omicidio colposo plurimo, disastro colposo e attentato alla sicurezza dei trasporti. Il 14 febbraio sono scaduti i termini e la Gdf ha chiesto al giudice la proroga delle indagini.

In questi mesi di interrogatori molti indagati hanno fatto scena muta e adesso la Procura fa capire di passare alla mano pesante, allargando non di poco la lista, individuando le responsabilità a partire dal 1993, anno in cui fu ristrutturata la pila 11: la parte di Levante del viadotto, rinforzata con 54 cavi di acciaio che potenziarono gli stralli in cemento armato. Gli stessi tiranti che per la corrosione (lo hanno stabilito i laboratori di Zurigo) avrebbero ceduto nella pila 9.

La magistratura e gli inquirenti sono andati a ritroso, risalendo a quando la rete autostradale era statale, in carico all’Anas.

Ponendo attenzione al 2000, con la privatizzazione di Autostrade, e al 2007 con la firma della concessione da parte del Mit.

Passaggi determinanti, con possibili implicazioni politiche.

Anche se a Palazzo di Giustizia dicono che nella lista degli indagati non figurano gli ex ministri Antonio Di Pietro, Maurizio Lupi e Graziano Delrio, tutti e tre sentiti negli scorsi mesi come testimoni.

Il numero preciso degli indagati sarà definito oggi e in serata il procuratore dovrebbe fornire anche l’elenco dei nomi. Certo è che tra i tanti soggetti segnalati in questi mesi dalla Gdf alla magistratura figurano Vito Gamberale, ad di Aspi dal 2000 al 2005 e presidente della stessa società dal 2005 al 2006; poi Paolo Costa, ex ministro dei Lavori Pubblici nel Governo Prodi, attuale presidente di Spea; Domenico Cempella, anche lui ex ad di Aspi, ma anche di Alitalia e della Società Aeroporti di Roma.


SITO UFFICIALE: http://www.repubblica.it/rss/cronaca/rss2.0.xml